26 SETTEBRE  2026 –  Aggiornamento numero  265 

Prossimo aggiornamento sabato 3 ottobre 

(per motivi tecnici l’Aggiornamento sarà completato nella giornata di sabato)

EDITORIALE

“VOLARE ALTO” nel quotidiano

Alcune settimane fa all’inizio del nuovo anno sociale ho affermato che dobbiamo vivere i prossimi mesi rivalorizzando la GIOIA. Oggi osservando le donne e gli uomini della nostra società spesso pessimisti, superficiali, qualunquisti e alcune volte anche cinici, indicherò una metodologia per concretizzare la gioia che ho definito: il volare alto. Di seguito ci chiederemo il significato di questa affermazione e le modalità per “volare” oltre gli elementi che rischiano di incollarci alla superficialità.

DI COSA STIAMO PARLANDO?

“Volare alto” appartiene al linguaggio figurato e richiama immediatamente l’immagine di chi si solleva al di sopra del livello ordinario delle cose. Non indica però soltanto il desiderio di raggiungere un obiettivo ambizioso, ma suggerisce anche la capacità di guardare la realtà da una prospettiva più ampia, libera da condizionamenti, paure e interessi immediati.
In senso letterale, volare significa staccarsi da terra e muoversi nello spazio senza il sostegno diretto del suolo. “Volare alto”, quindi, significa porsi traguardi elevati, coltivare ideali nobili, sviluppare pienamente le proprie capacità. Chi “vola alto” non si accontenta unicamente di ciò che ha già acquisito, ma prosegue a migliorarsi ogni giorno contribuendo così al bene comune. L’espressione contiene, dunque, una componente di ambizione, ma non nel senso negativo dell’arrivismo: si tratta piuttosto di un’ambizione orientata da valori e da responsabilità.
Il “volare alto” assume pure un risvolto etico, cioè il rifiuto della meschinità, dell’intolleranza e della vendetta scegliendo invece il dialogo, la dignità e la generosità. In questo senso, l’espressione invita a non rispondere al male con il male e a non porsi di fronte alla complessità delle persone e delle situazioni con giudizi affrettati.

Il “volare alto”, inoltre, va interpretato con equilibrio. La società contemporanea incoraggia il successo e la visibilità, di conseguenza il puntare in alto può trasformarsi anche in una pressione costante cioè l’ essere sempre produttivi, competitivi e impeccabili. Chi “vola alto”, invece, è in grado di distinguere tra desiderio reale ed autentico e culto della prestazione.

INGREDIENTI per “volare alto”

1.Visione

Ogni traguardo significativo nasce da un’immagine mentale del futuro che si desidera costruire. Possedere una visione significa interrogarsi sulle proprie aspirazioni, individuare ciò che si ritiene importante e definire una direzione coerente. Una visione efficace, tuttavia, non può essere astratta o irrealista: deve tradursi in obiettivi concreti, verificabili e compatibili con i propri valori.

2.Consapevolezza di sé

Conoscere i propri punti di forza consente di valorizzarli, mentre riconoscere i propri limiti permette di lavorare su di essi con maggiore lucidità. Inoltre “volare alto” non significa raggiungere un modello imposto dall’esterno ma individuare la propria definizione di successo e impegnarsi per realizzarla.

3.Disciplina

L’entusiasmo iniziale dà impulso all’azione ma è insufficiente per la continuità. La disciplina, dunque, consiste nel tenere fede agli impegni anche quando la motivazione diminuisce, gli ostacoli aumentano e i risultati tardano ad arrivare. Essa si manifesta nella gestione del tempo, nella definizione delle priorità e nella costanza quotidiana. Importanti risultati sono la conseguenza di  progressi piccoli ripetuti nel tempo.

4.Formazione continua

Il mondo cambia rapidamente e nessuna competenza può considerarsi acquisita una volta per tutte. Studiare, aggiornarsi e confrontarsi con prospettive diverse consentono di ampliare le proprie possibilità e di affrontare problemi complessi con una adeguata preparazione. La formazione non riguarda però unicamente le conoscenze tecniche ma anche quelle  relazionali, comunicative e decisionali.

5.Coraggio

Ogni traguardo ambizioso comporta una certa dose di rischio poiché espone alla possibilità di fallire, di essere criticati o di dover abbandonare abitudini rassicuranti. Il coraggio non consiste nell’assenza di paura, bensì nella capacità di agire nonostante ogni timore. Esso fa  cogliere opportunità, proporre idee innovative e assumersi responsabilità.

6.Resilienza

E’ la capacità di reagire alle difficoltà e di trasformare gli insuccessi in occasioni di apprendimento. Un errore può mettere in discussione una strategia, ma non deve porre in discussione il valore della persona o la validità dell’obiettivo. La resilienza consente di analizzare ciò che non ha funzionato, correggere la rotta e ripartire con maggiori esperienze.

7.Collaborazione

Per “volare alto” è indispensabile saper collaborare dato che il confronto con persone competenti, l’ascolto di opinioni differenti e la costruzione di relazioni fondate sulla fiducia favoriscono la crescita.

Ebbene,  “il volare alto”  è il risultato dell’intersecarsi di vari elementi!

 Ciò  che BLOCCA  il “volare alto”

1.Paura del fallimento

Chi teme di sbagliare tende spesso a non agire, preferendo la sicurezza di una situazione conosciuta alla possibilità di affrontare una sfida scordando che il fallimento non è una conferma della propria incapacità ma un’esperienza per comprendere i propri errori e migliorare. Per “volare alto” è indispensabile tollerare che ogni percorso comporta rischi, imprevisti e difficoltà.

2.Scarsa autostima

Una scarsa o fragile autostima alimenta un dialogo interiore negativo, caratterizzato da pensieri come “non ce la farò” oppure “non sono all’altezza”. Tali convinzioni, se ripetute nel tempo,  condizionano il comportamento divenendo profezie che si auto-avverano. Dobbiamo quindi distinguere tra la valutazione obiettiva delle proprie competenze e un giudizio globale sulla propria personalità spesso ingiusto.

3.Perfezionismo

Il desiderio di eccellere è positivo ma quando si trasforma nella convinzione di non commettere mai errori, produce ansia, procrastinazione e insoddisfazione. Ad esempio, il perfezionista, potrebbe rinviare a tempo indefinito l’avvio di un progetto, convinto di dover possedere, prima, tutte le conoscenze e le condizioni ideali. Per questo è opportuno puntare sul “sufficientemente buono” che consente di agire e di migliorarsi con l’esperienza.

4.Giudizio altrui

Famiglia, amici, colleghi e società possono esercitare pressioni sulle scelte individuali. Il timore di essere criticati, derisi o ritenuti presuntuosi frena e anche molto.

5.Convinzioni limitanti

Si tratta di idee radicate, spesso apprese nell’infanzia, secondo cui il successo è riservato a pochi. Queste convinzioni agiscono silenziosamente ma orientano le decisioni e selezionano  le opportunità.

6.Carenze e confusioni di fronte agli obiettivi

Desiderare genericamente “una vita migliore” è insufficiente per orientare le energie quotidiane. Senza direzioni ben tracciate si disperdere il tempo con attività secondarie, lasciandosi guidare unicamente dalle urgenze.

7.Procrastinare  

Rimandare metodicamente sono conseguenze della paura, della stanchezza o della difficoltà ad organizzarsi. Tutto ciò rafforza la percezione di essere degli incapaci. Per contrastare questo meccanismo è utile suddividere i compiti complessi in azioni semplici iniziando con passi concreto, anche piccoli.

8.Ambiente

Contesti caratterizzati da pessimismo, competizione distruttiva o assenza di sostegno possono indebolire la motivazione. Al contrario, relazioni fondate sul rispetto e sul confronto costruttivo favoriscono lo sviluppo personale.

CONCLUSIONE

“Volare alto” non significa negare la realtà né vivere di illusioni. Un sogno privo di consapevolezza può trasformarsi in evasione; un progetto ambizioso, invece, richiede studio, disciplina, pazienza e capacità di affrontare gli insuccessi. Ciò si concretizza prevalentemente con piccoli passi, decisioni quotidiane e responsabilità concrete. Non tutti devono raggiungere gli stessi traguardi: ciascuno può definire la propria idea di realizzazione in relazione alle proprie inclinazioni, condizioni e valori. In tale prospettiva, “volare alto” significa soprattutto non permettere che siano la paura o il giudizio altrui a determinare il proprio percorso.
“Volare alto” è dunque è un’espressione molto attuale unendo aspirazioni, libertà e responsabilità. Essa invita a guardare oltre l’ostacolo senza perdere il contatto con la realtà, a coltivare ideali senza trasformarli in pretese irrealistiche, a perseguire il successo senza sacrificare l’onestà e l’integrità.

Don Gian Maria Comolli

 

LA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (27 settembre 2026)  

L’atteggiamento dei due figli  (Mt. 21,28-32)

San Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa d’Oriente, così scriveva: “Che cos’è il peccato davanti alla misericordia di Dio? È una tela di ragno che un soffio di vento basta a far volare via“. Questo consolante messaggio sprizza anche da ogni pagina delle Sacre Scritture; ad esempio, il profeta Isaia ammoniva: “Anche se i vostri peccati fossero come scar­latto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diven­teranno come lana” (Is 1,18).

Ma, il perdono di Dio, non è un passaporto senza tasse e tantome­no un talismano con effetti magici: il perdono di Dio per poter essere efficace necessita di un cuore aperto che lo accolga e lo faccia fruttificare. Inoltre nel Regno di Dio non esistono posti di privilegio: occorre, invece, essere umili e leali per offrire a Dio un cuore veramente ospitale che sappia accogliere il dono del Suo perdono.

Ma, purtroppo, questa “ospitalità interiore” spesso manca, e nel Vangelo di questa Domenica  Gesù prende posizione nei con­fronti dell’atteggiamento della falsità narrando una parabola con protagonisti due figli.

Il primo figlio di fronte al padre è rispettoso, appare una persona tranquilla e obbediente; ma, in realtà, egli vive contro il padre poiché percepisce la sua bontà con ipocrisia. Di chi parla Gesù? A chi è diretto il Suo messaggio? Con l’imma­gine del “figlio falso”, Cristo si rivolge agli uomini religiosi di tutti i tempi insegando che Dio non può essere ingannato. San Paolo, nella Lettera ai Galati, afferma: “Non fatevi illusione: non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà semina­to” (Gal 6,7). Con l’esempio di questo figlio Gesù condanna il fariseismo di tutti ogni epoca rammentando che il sangue dei farisei può scorrere anche nelle vene dei cristiani d’oggi.

 Il secondo figlio invece è ribelle ma la sua ribellione svanisce velocemente poichè il suo cuore è sensibile, si pente del “no” pronunciato al padre e decide di accogliere la sua volontà. In questo figlio ribelle ma buono possiamo vedere i convertiti di tutti i tempi: Saulo di Tarso, Agostino di Ippona, Francesco d’Assisi, Giovanni di Dio, Camillo de’ Lellis, Girolamo Emiliani, Charles de Foucauld… e molti altri. Costoro hanno fatto gioire il cuore di Dio avendo accolto il suo perdono e avendo trasformato la loro vita. Costoro sono gli autentici figli di Dio, poiché dopo l’incontro con la luce hanno rifiutato la falsità, non si sono difesi con una falsa facciata di una bontà ipocrita ma hanno chiesto umilmente perdono per rinnovarsi totalmente.

Poiché siamo tutti peccatori dovremmo essere riconoscenti al Cristo poiché le sue “ramanzine” sono sempre molto salutari.

LE DOMANDE AL DON (79)

Diminuiscono coloro che scelgono di donare gli organi dopo la morte, aumentano le cremazioni

Sempre più italiani scelgono di non donare organi e tessuti. Sono in crescita  i “no” che vengono registrati al momento del rinnovo della Cie, la carta d’identità elettronica mentre aumentano coloro che scelgono la cremazione. Non le sembra una contraddizione? Umberto.

LA RISPOSTA DEL DON

Sono perfettamente d’accordo con Umberto che evidenzia secondo me una delle molte contraddizioni del popolo italiano.

Verifichiamo i numeri

–Autorizzazione alla donazione di organi e di tessuti.

Sono sempre più, come ricordato da Umberto, gli italiani che optano di non donare organi e tessuti infatti sono in crescita i “no” sulla Carta d’identità elettronica. Tuttavia, anche se chi nega il consenso è accresciuto, i “sì” prevalgono, infatti su circa 950mila documenti rilasciati nel 2025 in 380mila (39,7%) hanno scelto di opporsi al prelievo degli organi dopo la morte, mentre 570mila (60,3%) hanno dato il proprio consenso. Rispetto all’anno 2024 le opposizioni alla donazione sono salite del 3,4%.

–Cremazione.

Negli ultimi trent’anni la cremazione è passata da pratica residuale a componente strutturale del sistema funerario italiano. Ad esempio nel 2025, a fronte di una mortalità sostanzialmente stabile, le cremazioni di cadaveri sono aumentate e oggi interessano il 39% dei decessi.

Rapporto, o meglio l’intersecarsi tra donazione degli organi e cremazione

…

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LE VARIE RISPOSTE DEL DON

Il “contatore” degli aborti

Controlla in tempo reale il numero degli aborti nel mondo dal 1 gennaio 2026

Oggi siamo a 33.494.000 

VERIFICA IL CONTATORE

IL LIBRO DELLA SETTIMANA

J. Morgenthau, L’eterno ritorno della politica di potenza (a cura di L. Zambernardi), Morcelliana 2006, pp. 320, euro 26

Nel volume Morgenthau ripropone i fondamenti del realismo politico e interpreta la storia internazionale come un confronto permanente tra interessi, ambizioni e rapporti di forza. Contro le visioni che affidano alla razionalità, al diritto o alle istituzioni la possibilità di eliminare il conflitto, l’autore sostiene che la politica estera nasce dalla natura conflittuale dell’azione umana e dalla ricerca del potere.
Certamente Morgenthau non celebra la forza, ma invita a distinguere  l’analisi degli equilibri internazionali dai giudizi morali. La prudenza diviene così il principio essenziale dell’arte politica: gli Stati devono perseguire i propri interessi valutando conseguenze, limiti e responsabilità. L’opera conserva una notevole attualità, offrendo strumenti critici per comprendere crisi geopolitiche, competizione strategica e fragilità dell’ordine internazionale contemporaneo.

LA NOSTRA BIBLIOTECA

https://www.gianmariacomolli.it/category/libri/

 IL FILM DELLA SETTIMANA

SAINT JUDY (2018)

Questo film drammatico del 2018 è ispirato alla vicenda reale dell’avvocata Judy Wood. La protagonista è una professionista determinata, impegnata nella difesa degli immigrati e, in particolare, delle donne perseguitate nei loro Paesi d’origine.
Trasferitasi a Los Angeles, Judy si confronta con un sistema giudiziario complesso, spesso incapace di riconoscere pienamente le forme di violenza subite dalle richiedenti asilo. Il caso di una donna afghana, fuggita dopo essere stata vittima di abusi e minacce, diventa per lei una battaglia decisiva.
Il film quindi non soltanto un’opera biografica, ma anche una riflessione sull’importanza dei diritti umani e sul ruolo dell’avvocatura nella protezione delle persone vulnerabili

 I NOSTRI FILM

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Vent’anni senza la FALLACI.

Aveva visto prima degli altri i problemi che l’Europa oggi deve affrontare

Nella scorsa settimana sono trascorsi vent’anni dalla morte della grande italiana ORIANA FALLACI una delle figure più rilevanti del giornalismo e della letteratura italiana del Novecento.

Nata a Firenze il 29 giugno 1929, il padre partecipò alla Resistenza contro il fascismo, esperienza che influenzò profondamente la formazione della figlia. Fin dall’adolescenza Oriana manifestò un carattere indipendente, coraggioso e insofferente nei confronti di ogni forma di autorità imposta.
Terminato il secondo conflitto mondiale, iniziò a dedicarsi al giornalismo, e riuscì a imporsi grazie a una scrittura energica, a una notevole capacità investigativa e a una straordinaria determinazione.
La sua carriera giornalistica che si sviluppò inizialmente in Italia e raggiunse presto una dimensione internazionale collaborando con importanti testate e viaggiò in numerosi Paesi, seguendo guerre, rivoluzioni e crisi politiche. Ma, non si limitò a descrivere gli eventi, cercò invece di comprenderne le cause e di interrogare direttamente i protagonisti.
Il suo stile era diretto, spesso provocatorio e privo di soggezione. Fallaci poneva domande incalzanti, contestava le risposte evasive e non esitava a manifestare il proprio dissenso. Per questa ragione le sue interviste non erano semplici conversazioni informative, bensì autentici confronti, nei quali il potere veniva sottoposto a un esame serrato. Il giornalismo di Fallaci si fondava sull’idea che il reporter dovesse mantenere una posizione autonoma, anche a costo di suscitare polemiche.

Negli ultimi anni della sua vita, il pensiero di Fallaci divenne sempre più concentrato sui temi dell’immigrazione, dell’identità occidentale e del rapporto tra Europa e mondo islamico. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 pubblicò “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione e *Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”. In queste opere espresse posizioni fortemente critiche nei confronti dell’islam politico e delle società europee, accusate di non difendere adeguatamente i propri valori culturali.
Tali scritti provocarono reazioni contrastanti. Alcuni la consideravano una coraggiosa interprete delle paure e delle trasformazioni dell’Occidente; altri la accusarono di generalizzazioni, intolleranza e di una rappresentazione eccessivamente conflittuale dell’islam. Ma Fallaci non cercò mai il consenso unanime: preferì sostenere le proprie convinzioni con radicalità, anche quando ciò comportava isolamento o condanna pubblica.
Morì a Firenze il 15 settembre 2006.

Fallaci rappresentò l’immagine di un’intellettuale che concepiva la parola come strumento di libertà e di combattimento civile. Il suo percorso testimonia l’importanza dell’indipendenza di giudizio.

La sua combinazione di talento, coraggio e controversia rende Fallaci ancora una presenza attuale e significativa nella cultura italiana contemporanea.

IL TERMINE VITA

UNA DOMANDA RICORRENTE

TRA “SUICIDIO ASSISTITO” e “EUTANASIA” ESISTONO DIFFERENZE?

NO, poiché il suicidio assistito e l’eutanasia sono pratiche accomunate da uno stesso obiettivo: porre termine all’esistenza di una persona. Tuttavia, non sono sinonimi, e la differenza principale riguarda chi compie l’atto finale che determina la morte. Neppure a livello morale e etico esistono differenze.

Suicidio assistito e eutanasia a livello operativo

Suicidio assistito

Nel suicidio assistito la persona decide di porre fine alla propria vita, mentre un’altra persona, un operatore sanitario, fornisce i mezzi necessari ma non li somministra direttamente. Quindi l’atto conclusivo è compiuto dal paziente.

Eutanasia

Nell’eutanasia è l’operatore sanitario a compiere direttamente l’atto che provoca la morte ad esempio iniettando un farmaco o una combinazione di sostanze letali.

Suicidio assistito e eutanasia in rapporto agli operatori sanitari

Il dovere di ogni operatore sanitario è sempre di curare il malato; la morte non è contemplata in nessun mansionario. Sul portale dell’Hotel Dieu, il più antico ospedale di Parigi si legge: “Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò”.

Suicidio assistito e eutanasia a livello giuridico

Le legislazioni variano notevolmente da uno Stato all’altro. In alcuni Paesi l’eutanasia e il suicidio assistito sono consentiti senza condizioni precise (es. Belgio, Olanda, Canada), in altri restano vietate o penalmente perseguite.

Suicidio assistito e eutanasia a livello etico

In entrambi i casi, come già affermato,  si provoca la morte, cioè l’uccisione di una persona. Ciò è in contrasto e contrario al rispetto della tutela della sacralità e della dignità umana. Ciò non tutela i soggetti fragili e vulnerabili (dagli anziani a portatori di handicap). Ciò è abbandono del malato che si manifesta anche con forme di pressione.

Ebbene, suicidio assistito ed eutanasia, pur differenziandosi a livello metodologico assumono a livello etico e morale la stessa gravità e quindi sono entrambi inaccettabili!

UNA DOMANDA CHE SPIEGA MOLTO

ACCANIMENTO TERAPEUTICO, SEDAZIONE PROFONDA, CURE PALLIATIVE

Questa domanda che ho ricevuto mi ha fatto comprendere, ancora una volta, la necessità di fronte ad argomenti etici molto delicati e particolari di informare con precisione, scientificità  e onestà intellettuale poiché solo così ogni persona potrà decidere liberamente e responsabilmente.

MI SCRIVE MASSIMO.

Lei essendo un sacerdote fa parte di quella “congrega”, cioè la Chiesa, non rispettosa delle persone perché ripudia il suicidio assistito e l’eutanasia ma sostiene  l’accanimento terapeutico, nega l’uso degli analgesici e della sedazione profonda e racconta delle belle favole sulle cure palliative. Massimo

LA MIA RISPOSTA.

Massimo andiamo con ordine ed esaminiamo le tre situazioni da lei accennate.

ACCANIMENTO TERAPEUTICO

Con l’espressione “accanimento terapeutico” si indica generalmente l’insieme di interventi medici che, in presenza di una malattia grave e irreversibile, non producono un ragionevole miglioramento delle condizioni del paziente, ma ne prolungano soltanto l’agonia o la sofferenza. Non si tratta, dunque, di terapie intensiva o di ogni trattamento tecnicamente complesso. Di conseguenza, la valutazione di ogni singolo caso, deve considerare la proporzionalità delle cure, le probabilità di successo, gli effetti collaterali, i costi umani e la concreta utilità per il malato.

La Chiesa cattolica afferma il valore fondamentale della vita umana, considerata un dono che merita rispetto dal concepimento fino alla morte naturale. Da questo principio deriva il rifiuto del suicidio assistito e dell’eutanasia, ma ciò non implica l’obbligo di utilizzare sempre ogni mezzo terapeutico disponibile. Per questo fa una distinzione tra “mezzi ordinari” o proporzionati e “mezzi straordinari”. I primi sono dovuti perché offrono una ragionevole speranza di beneficio e non impongono oneri eccessivi al paziente. I secondi, invece, possono essere rifiutati quando risultano troppo gravosi, rischiosi o incapaci di garantire un vantaggio concreto. Però, la rinuncia a un trattamento sproporzionato, non equivale a voler causare la morte: significa accettare il limite della medicina e lasciare che la malattia segua il proprio corso naturale.

Tutto ciò è chiaramente affermato in diversi documenti della Dottrina Cattolica tra cui la “Dichiarazione sull’eutanasia” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980) e  il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (cfr. nn. 2276-2278).

Ebbene, caro Massimo, la posizione della Chiesa cattolica sull’accanimento terapeutico cerca di evitare due estremi opposti: da una parte l’abbandono del malato e la banalizzazione della vita, dall’altra l’uso indiscriminato della tecnologia per prolungare artificialmente l’esistenza. La vita deve essere sempre difesa ma la rinuncia a cure sproporzionate, quando non mira a provocare la morte, è una scelta eticamente responsabile.

OPPIACEI e SEDAZIONE PROFONDA

Gli oppiacei, come la morfina e altri analgesici, sono strumenti fondamentali della medicina contemporanea per il controllo del dolore, della dispnea e di alcuni sintomi particolarmente gravi. Il loro utilizzo, secondo la dottrina cattolica, è moralmente lecito quando rispondono a una reale necessità clinica, vengono somministrati in proporzione alle condizioni del paziente e mirano direttamente al sollievo della sofferenza. Non è quindi contrario alla dottrina cattolica ricorrere a farmaci potenti, anche quando possano comportare effetti collaterali rilevanti, come sonnolenza, riduzione della vigilanza o, in alcuni casi, un possibile accorciamento indiretto della vita.
Il criterio decisivo è rappresentato dall’intenzione e dalla proporzionalità dell’intervento. Se l’obiettivo è alleviare il dolore e non causare la morte, l’atto è moralmente accettabile anche qualora il decesso sopraggiunga come effetto non voluto e non direttamente perseguito.
La Chiesa rifiuta invece l’uso degli oppiacei o di altri farmaci con finalità eutanasica, cioè quando la somministrazione è intenzionalmente diretta a provocare la morte del paziente.

Un discorso analogo riguarda la sedazione palliativa, compresa la sedazione profonda continua. Essa consiste nella riduzione farmacologica, proporzionata e controllata, dello stato di coscienza di un paziente, allo scopo di alleviare sintomi refrattari, ossia non adeguatamente controllabili con altri trattamenti. Per la Dottrina cattolica essa è moralmente lecita quando sussistono condizioni rigorose: la presenza di una sofferenza grave e non altrimenti controllabile, una valutazione clinica competente, il consenso del paziente o dei suoi rappresentanti, la proporzionalità dei farmaci e l’assenza dell’intenzione di provocare la morte. Per questo la sedazione profonda non deve essere confusa con l’eutanasia. Nella sedazione palliativa, la perdita di coscienza è il mezzo attraverso cui si riduce una sofferenza insostenibile; nella pratica eutanasica, invece, la morte costituisce l’obiettivo direttamente perseguito.

Un ulteriore elemento riguarda l’alimentazione e l’idratazione artificiali. La Dottrina cattolica  non considera sempre obbligatorio mantenerle, soprattutto quando non apportano un beneficio reale, risultano eccessivamente gravose o non sono più efficaci per l’organismo morente. La loro eventuale sospensione non equivale necessariamente a un atto eutanasico, purché la morte non sia voluta come fine o mezzo, ma riconosciuta come conseguenza della malattia e del naturale processo terminale. Anche in questi casi, devono essere garantite le cure di base e l’attenzione al comfort del paziente.

Ebbene, caro Massimo, la posizione cattolica sugli oppiacei e sulla sedazione profonda si fonda su un equilibrio tra il dovere di curare e il rispetto dei limiti della medicina. La Chiesa sostiene il controllo adeguato del dolore, promuove le cure palliative e ammette la sedazione profonda in situazioni cliniche eccezionali, purché l’intento sia alleviare la sofferenza e non provocare la morte. La distinzione tra intenzione, proporzionalità e mezzi impiegati costituisce dunque il nucleo della riflessione cattolica, orientata a difendere sia la dignità del malato sia il valore della vita umana fino al suo termine naturale.

CURE PALLIATIVE E ACCOMPAGNAMENTO


Un elemento essenziale della prospettiva cattolica è la valorizzazione delle cure palliative. Esse non mirano ad accelerare la morte, bensì ad alleviare il dolore e gli altri sintomi, sostenendo contemporaneamente il malato sul piano psicologico, relazionale e spirituale. In questo contesto, la persona non viene considerata soltanto come un organismo da mantenere in funzione, ma come un essere dotato di dignità, libertà e bisogni complessi.
L’accompagnamento del morente comprende inoltre la presenza della famiglia, il sostegno degli operatori sanitari e, per chi lo desidera, l’assistenza religiosa. La Chiesa invita a non abbandonare il malato, soprattutto quando non è più possibile guarire. La fine della terapia curativa non deve coincidere con la fine della cura: quando non si può più guarire, si può ancora assistere, confortare e prendersi cura.
Approfondisci le cure palliative.

Ebbene, caro Massimo, in questa prospettiva, il compito della medicina e della comunità cristiana consiste nel garantire al morente rispetto, sollievo, verità e vicinanza. La dignità della persona non dipende dall’efficienza del suo organismo né dalla possibilità di guarigione. Anche nell’ultima fase dell’esistenza, il malato rimane un soggetto da ascoltare, accompagnare e amare.

APPROFONDIMENTO DEL “FINE VITA” DA VARIE ANGOLATURE

DIVENTA “VOLONTARIO” 

PERCHE’?

Il volontariato è un pilastro della società civile e riveste un’importanza cruciale nel panorama societario. Le associazioni di volontariato consentono infatti di integrare le prestazioni tradizionali con un approccio umano e relazionale. La presenza di volontari disinteressati crea un clima di fiducia e apertura, indispensabile per affrontare situazioni di grande vulnerabilità.

Inoltre, le associazioni di volontariato sono spesso in grado di rispondere in modo rapido ed efficace a bisogni specifici, che possono prima sfuggire alle strutture sanitarie pubbliche. Grazie alla loro flessibilità e alla varietà di competenze dei loro membri, queste organizzazioni possono sviluppare programmi innovativi e rispondere a esigenze emergenti. 

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

ATTUALITA’ – IL PARERE DEL GENERALE FRANCESCO COSIMATO

Il generale Francesco Cosimato, mio carissimo amico, ci offre ogni settimana una riflessione su una tematica di attualità.

Generale Cosimato: «Mladić criminale, ma in buona compagnia»

Francesco Cosimato. Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.

IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

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Questa Rassegna Stampa è un po’ particolare poiché verranno evidenziati mediante alcuni articoli temi che solitamente non trovano spazio nei massmedia e sul web andando contro-corrente o appartenendo a quella categoria definita “politicamente scorretta”. Inoltre per ogni argomento sarà presente anche un “archivio”  poiché affogati da continue notizie rischiamo di scordare oggi quello che è avvenuto ieri e, così dimenticando la memoria, gli errori si ripetono. Buona lettura!

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Il Blog dell’ “Uomo pensante” vuole combattere stereotipi e pregiudizi, non sta dalla parte di nessuno ma si basa unicamente sulla verità dei fatti e si propone di essere il più inclusivo possibile. Come potete notare, nonostante i numeri soddisfacenti di entrate giornaliere, non vi è nessuna pubblicità per non essere manipolato dagli inserzionisti. Per questo, se presto un servizio che ritenete buono, chiedo la vostra generosità nei confronti di chi fa il bene anche a “nome vostro”.
Evidenzio la testimonianza di sacerdoti mio caro amico che gestisce molteplici persone fragili immigrate.

 

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

Un video

Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

DONA A DON GIUSTO:  IT48K0843010904000000093297

 

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