17 OTTOBRE  2026 –  Aggiornamento numero  268 

Prossimo aggiornamento sabato 24 ottobre 

EDITORIALE

IL MIO ULTIMO LIBRO

DOCTOR PHILOSOPHIAE – Un Manuale di Medicina Umanistica per gli Operatori della Sanità

(Prefazione Cardinale Oscar Cantoni, Editoriali Romani, pp. 407. Euro 31)

“L’attività medico-sanitaria si fonda su una relazione interpersonale, di natura particolare essendo un incontro tra una fiducia e una coscienza. La fiducia di un uomo, segnato dalla sofferenza e dalla malattia perciò bisognevole, che si affida alla coscienza di un altro che può farsi carico del suo bisogno e che gli va incontro per assisterlo, curarlo, guarirlo” (Pontificio Consiglio per la Pastorale della Sanità, Carta degli Operatori Sanitari, n. 2).

La citata frase della “Carta degli Operatori Sanitari” è la “filigrana” che guida questo testo di “medicina umanistica” che si pone come obiettivo di favorire il potenziamento della prassi assistenziale, affinché si collochi “la totalità” dell’uomo malato al centro della cura e dell’organizzazione aziendale memori di un’espressione incisa all’ingresso di un antico ospedale parigino: «Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò».

Per offrire una “cura umanistica” è irrimandabile un “salto di qualità” di tutti gli operatori sanitari, acquisendo una metodologia che intersechi le componenti tecnico-scientifiche con quelle antropologiche-umanistiche ed etico-religiose. Questo traguardo, che i nostri malati implorano insistentemente, necessita di una “rinnovata formazione” contenutistica e metodologica sia nei corsi universitari sia nei percorsi di formazione permanente. Una formazione multidisciplinare che predisponga tutti al sapere (conoscenza), al saper fare (abilità tecnica) e al saper essere per donare al sofferente non unicamente il “to cure” (diagnosi e terapia) ma anche il “to care” (la cura), cioè l’attenzione al dolore integrale. Unicamente questa prassi trasformerà l’operatore sanitario nel sapiente “doctor philosophiae” ben interpretato dal quadro posto come copertina a questo testo: “The doctor” del pittore inglese Luke Fildes, così commentato da un illustre luminare della tarda età vittoriana: «Tutta una biblioteca non farebbe ciò che questo quadro ha fatto e farà per la professione medica: rendere il cuore del nostro prossimo familiare e caro a noi». E poi l’esortazione: «Qualsiasi sia il grado raggiunto nella tua professione, ricordati sempre di tenere di fronte la figura del quadro di Fildes, ed essere al tempo stesso un nobiluomo e un nobile medico». E noi aggiungiamo “un nobile operatore sanitario” qualsiasi mansione eserciti, poiché nella cura, al di là dei mansionari e delle responsabilità, tutti sono considerevoli e rilevanti.

L. Fildes, dipinse il quadro nel 1887 su richiesta di Henry Tate che lasciò al pittore la massima libertà sul soggetto della tela. A Fildes, nella notte di Natale del 1877 morì il figlio Philip e dalle testimonianze apprendiamo che fu impressionato positivamente dal medico curante per la sua dedizione professionale e la sua umanità. Nel dipinto, notiamo la stanza di una famiglia povera, un medico pensieroso e preoccupato, una bambina gravemente malata e due genitori affranti. Di grande interesse sono anche la lampada che illumina la camera, la tazzina sul tavolo e la luce dell’alba che penetra dalla finestra. Questi elementi potrebbero significare che il medico è presente da alcune ore, o forse, ha trascorso la notte al capezzale della sua paziente. Si interrogò la rivista scientifica The Lancet: «Il dottore, da un punto di vista medico, non può fare nulla di più per salvare la bambina. Allora perché è ancora lì? Può soltanto rimanere vigile, guardando il respiro lieve della piccola che si affievolisce».

Consegno questo manuale a tutti gli operatori sanitari affinché  sappiano stipulare con ogni ammalato “un’alleanza terapeutica” che non ricerchi unicamente il bene fisico ma anche quello psicologico, sociale e spirituale, valorizzando l’autonomia e riscoprendo il reciproco senso di fiducia in un clima di umana solidarietà.

Nel testo saranno sviluppati ampi riferimenti alla Dottrina Cattolica evidenziando i vari documenti riguardanti l’uomo, la vita e la cura, riassumibili nella frase di sant’Ireneo: «L’uomo vivente è la gloria di Dio». Non saranno trascurati, però, contributi e pareri di atei o agnostici, convinto che la Chiesa non possiede, riguardo ad alcuni argomenti, l’assolutismo di pensiero ma solo una propria opinione che trova l’origine nel Vangelo che «riempie il cuore e la vita intera di coloro che s’incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia» (papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium n. 1). Per evitare fraintendimenti o interpretazioni ambigue, vorrei rilevare che la propria idea va difesa con argomentazioni non unicamente religiose ma anche filosofiche, scientifiche e razionali, “senza paura ma senza rinunciare alla nostra appartenenza” (Papa Francesco, Discorso al Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, 14 ottobre 2013).

Ritengo, inoltre, che a riguardo dei problemi fondamentali della cura che a volte investono anche la sfera etica e bioetica, l’accordo nella società è più vasto di quanto possa apparire se non ci si sofferma unicamente ad alcuni aspetti critici. Interessante è questa affermazione di N. Bobbio del 1981, fatta in occasione del referendum indetto per l’abrogazione della legge sull’aborto: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere» (Corriere della Sera, 8 maggio 1981, p. 8).

Il testo è diviso in cinque sezioni.

Nella prima sono descritte alcune “colonne portanti” della professione sanitaria da porsi accanto ad una rigorosa formazione scientifica. La prima colonna è dunque quella “antropologica” che pone un interrogativo imprescindibile: “Chi è l’uomo?”, poiché dalla risposta scaturirà il rapporto che si intende instaurare con il sofferente. Seguono poi colonne portanti filosofiche, etiche, spirituali, storiche e sociologiche.

Nella seconda sono evidenziati degli elementi specifici per una medicina che curi “la persona” prima del paziente, rispondendo all’invito di Shakespeare: “Date parole al dolore…”.

Nella terza, la riflessione si sposterà sulla spiritualità e religiosità del malato che purtroppo nella realtà sanitaria italiana è spesso trascurata a causa di convinzioni erronee, retrograde e strumentalizzate.

Nella quarta si esamineranno gli aspetti organizzativi ed economici, senza tralasciare i diritti dei malati, talvolta calpestati da atteggiamenti non rispondenti alle loro attese.

Nella quinta dieci specifici approfondimenti.

Nella stesura del testo mi sono avvalso sia della mia esperienza di trentacinque anni di cappellano ospedaliero, come delle valutazioni che ho maturato partecipando a varie commissioni oltre che insegnamenti trasmessimi nella collaborazione ventennale con l’Ufficio della Pastorale della Salute della diocesi di Milano, e qui vorrei ricordare due splendidi direttori: mons. Italo Monticelli e mons. Pietro Cresseri. Grande riconoscenza per ciò che mi ha insegnato la devo anche a Fra Pier Luigi Marchesi, illustre religioso Fatebenefratello che si era acquisito, come superiore generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, un’ esperienza internazionale che gli permetteva di comprendere “il domani” della sanità. Oltre all’esperienza ho attinto anche alle nozioni apprese nel mio Dottorato in Teologia con specializzazione in pastorale sanitaria. Intersecando tutti questi elementi è sorto questo testo.

Don Gian Maria Comolli

PREFAZIONE CARDINALE OSCAR CANTONI

INDICE DEL TESTO

COME ACQUISTARLO

LA PAROLA DI DIO DELLA DOMENICA

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (18 ottobre 2026)  

L’ipocrisia dei farisei e la veridicità di Gesù (Mt. 22,15-21)

Il Vangelo ci riferisce che un giorno alcuni farisei e dei sadducei si coalizzarono contro Gesù “per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi“.

E’ un particolare nauseante poiché mostra che a volte alcuni per poter agire scorrettamente sono disposti ad allearsi con chiunque poiché l’odio acceca. Ecco, allora,  che uomini anche divisi da antichi rancori improvvisamente si alleano contro un comune avversario. Come può accadere ciò? Succede poiché l’odio è irrazio­nale; per questo dobbiamo vigilare.

Quindi farisei e sadducei dicono a Gesù: “Sappiamo che sei veritiero e non guardi in faccia a nessuno”.

È questo un signi­ficativo riconoscimento della libertà interiore, della rettitudine e della coerenza di Gesù: i suoi nemici sono costretti dall’evidenza a riconoscerlo ma non sono sinceri poichè affermano la verità ma senza amore. E pure la domanda al Cristo ha questa caratteristica: “Dicci il tuo parere. È lecito o no pagare il tributo a Cesare?”.

Al tempo di Gesù, sulla Giudea incombeva pesantemente la mano di Roma, e uno dei segni più odiosi verso il popolo ebraico era il tributo che ogni singolo dovevano versare nelle casse dell’Impero. Inoltre sulla moneta era raffigurata l’imma­gine di Cesare e il primo comandamento proibiva l’ immagine di chiunque. Quindi, la domanda posta a Gesù, non era semplice ma un tranello.

La sapienza di Gesù sconfigge la furbizia.

Spesso riteniamo la furbizia un’e­spressione di intelligenza, ma non lo è, poiché la furbizia è l’intelligenza che si prostituisce mettendosi a servizio del male. E, Gesù immediatamente, smaschera questa ipocrisia. Come? Chiede che gli mostrino una moneta, e già questo gesto è sapiente e provocante, poiché mentre il Cristo non ha danaro i farisei portano tranquillamente in tasca dei soldi rappresentanti il nemico oppressore. E’ come dire: voi che vi fate tanti scrupoli a parole, custodite avi­damente il danaro di Roma!

E penetrando può serenamente aggiun­ge: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare”.

Cioè: siate leali con lo Stato! Se ricevete dei servizi dovete essere onesti contribuendo al costo delle prestazioni. Se accettate una organizzazione di vita sociale avete l’obbligo di contribuire al suo buon funzionamento. Una attualissima  lezio­ne di onestà sociale poichè, ad esempio, esssere evasori non si ruba unicamente allo Stato ma alla società e quindi a ogni altro cittadino.  E si ruba in moltepici modi: ad esempio asportando o danneggiando dei beni comuni o rifiutando alcune colla­borazioni nell’ottica della sussidiarietà…

Ma Gesù prosegue: “Date a Dio quel che è di Dio”.

Dio deve essere al centro della vita degli uomini, solo così si illuminano anche i doveri socia­li e tutto viene posizionato nella giusta proporzione e finalità, poiché come insegna la storia, dove Dio è assente tutto è permesso, nessun dovere è giu­stificabile e nessun diritto è garantito.

LE DOMANDE AL DON (81)

Non sottovalutare mai le persone buone: sono buone, non stupide

Lei ha pubblicato recentemente su Linkedin un post con questa scritta: “Non sottovalutare mai le persone buone: sono buone, non stupide”. Personalmente mi ci trovo molto perché tento di essere disponibile, acquiescente e tollerante con tutti, ma i più, percepiscono questo atteggiamento come segno di debolezza. Per questo vorrei dei chiarimenti sull’ultima parte dell’espressione: “sono buone, non stupide”. Letizia 

LA RISPOSTA DEL DON

Nella società contemporanea, la bontà viene spesso interpretata in modo superficiale. Una persona gentile, disponibile e comprensiva è talvolta considerata ingenua, incapace di difendersi o facilmente manipolabile. Al contrario, chi manifesta durezza, aggressività o distacco viene frequentemente percepito come forte e intelligente. Questa confusione tra bontà e debolezza rappresenta un grave errore di giudizio. Le persone buone non sono stupide: semplicemente scelgono di agire secondo valori che non tutti possiedono. Essere buoni non significa ignorare la realtà, né accettare passivamente qualsiasi comportamento.

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LE VARIE RISPOSTE DEL DON

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 IL FILM DELLA SETTIMANA

KAROL  (2007) –  Cartone animato

Il film d’animazione è dedicato alla vita di san Giovanni Paolo II. Attraverso immagini semplici e una narrazione accessibile, l’opera ripercorre l’infanzia, la giovinezza e le esperienze che formarono la sua personalità. Il film evidenzia la fede, il coraggio e l’impegno di Karol durante gli anni difficili della guerra e del regime comunista.

La tecnica del cartone animato rende la storia comprensibile soprattutto ai giovani spettatori e l’opera intende trasmettere valori universali, quali la solidarietà, la speranza, la libertà e l’importanza della responsabilità personale di fronte alle difficoltà della storia.

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18 ottobre – 100° Giornata Missionaria Mondiale


La Giornata Missionaria Mondiale che celebreremo domenica 18 ottobre, rappresenta un momento significativo per riflettere sulla vocazione missionaria della Chiesa e sull’impegno di ogni credente nella costruzione di un mondo più giusto, solidale e fraterno. Questa ricorrenza invita a guardare oltre i confini personali e nazionali, riconoscendo che la fede, la speranza e la carità assumono pieno significato quando vengono condivise e tradotte in gesti concreti di servizio.
La missione non consiste soltanto nell’annuncio esplicito del Vangelo, ma comprende ogni azione volta a promuovere la dignità della persona, la pace e il bene comune. Essa nasce dall’incontro con Cristo e si esprime attraverso l’ascolto, l’accoglienza e la vicinanza tutti gli uomini. In questo senso, ogni cristiano è chiamato a essere missionario nel proprio ambiente: nella famiglia, nella scuola, nel luogo di lavoro e nella società.

La Giornata Missionaria Mondiale permette inoltre di ricordare l’opera instancabile di tanti missionari e missionarie che, in diverse parti del mondo, dedicano la propria vita alle comunità più vulnerabili. Essi operano spesso in contesti difficili, segnati dalla mancanza di risorse, dall’instabilità politica e dalle emergenze umanitarie. Il loro servizio non si limita all’assistenza immediata, ma mira a favorire percorsi di autonomia e sviluppo attraverso scuole, ospedali, centri di formazione professionale, programmi agricoli e iniziative di sostegno alle famiglie.
Nell’opera dei missionari importanza assume anche l’educazione. Formare le nuove generazioni significa offrire strumenti di libertà e responsabilità, permettendo a bambini e ragazzi di costruire un futuro migliore per sé e per le proprie comunità. Allo stesso modo, l’assistenza sanitaria rappresenta una forma concreta di tutela della dignità umana, soprattutto nei luoghi in cui le cure sono difficilmente accessibili. Ogni progetto missionario, quando è fondato sul rispetto e sulla collaborazione, contribuisce a rafforzare il tessuto sociale e a promuovere la partecipazione delle popolazioni locali.

La missione, tuttavia, non riguarda soltanto le terre lontane. Anche le società economicamente sviluppate conoscono nuove forme di povertà e solitudine. Molte persone vivono ai margini, prive di sostegno, di lavoro o di relazioni significative. Le migrazioni, le disuguaglianze, la crisi ambientale e i conflitti internazionali pongono domande urgenti alla coscienza di tutti. Per questo motivo, celebrare la Giornata Missionaria Mondiale significa riconoscere che la solidarietà non può essere selettiva né occasionale: deve diventare uno stile di vita, fondato sulla responsabilità condivisa.
In tale prospettiva, anche il sostegno economico offerto alle opere missionarie assume un valore importante. Le offerte raccolte in molte parrocchie in occasione di questa giornata consentono di finanziare progetti essenziali e di garantire continuità a numerose iniziative. Tuttavia, il contributo materiale deve essere accompagnato da una maggiore consapevolezza. Non si tratta semplicemente di donare, ma di conoscere le realtà sostenute, rispettarne la cultura e promuovere rapporti autentici, basati sulla reciprocità e non sulla dipendenza.

La missione infine richiede anche dialogo. In un mondo caratterizzato dalla pluralità religiosa e culturale, l’annuncio cristiano deve essere proposto con rispetto, senza imposizioni e senza atteggiamenti di superiorità. Il dialogo interreligioso e interculturale può diventare uno strumento prezioso per affrontare insieme le grandi sfide del nostro tempo e per costruire ponti tra persone e popoli diversi. La testimonianza più credibile dei missionari quindi rimane quella di una vita coerente, capace di unire parole e azioni.

Il 18 ottobre, dunque, è un’occasione per rinnovare l’impegno a favore della fraternità universale. Ogni persona può contribuire alla missione attraverso un gesto di attenzione, una scelta responsabile, una disponibilità concreta verso chi è nel bisogno. La missione comincia spesso da vicino, là dove viviamo, e si sviluppa attraverso piccoli atti quotidiani di servizio e solidarietà.

Da ultimo, celebrare questa Giornata, significa anche riscoprire che nessuno è estraneo alla responsabilità verso l’altro. In un’epoca segnata da divisioni e incertezze, la missione invita a non rimanere spettatori, ma a diventare protagonisti di una cultura dell’incontro. Il messaggio della Giornata Missionaria Mondiale è pertanto un richiamo alla speranza: attraverso la collaborazione, la preghiera e l’impegno concreto, è possibile rendere il mondo più umano e testimoniare che la fraternità non è un’utopia, ma una responsabilità da vivere ogni giorno.

IL MESSAGGIO DEL PAPA

COMMENTO

La celebrazione della 100ª Giornata Missionaria Mondiale costituisce un appuntamento di particolare rilievo per tutta la Chiesa. Non si tratta soltanto di un anniversario, ma di un’occasione privilegiata per riscoprire il cuore stesso della vocazione cristiana: essere discepoli di Gesù Cristo e, nello stesso tempo, suoi testimoni nel mondo.

Il Messaggio del Santo Padre Leone XIV invita a rinnovare con gratitudine la memoria del cammino compiuto e, insieme, ad assumere con responsabilità la missione che il presente consegna alle comunità ecclesiali.

La missione, secondo la prospettiva proposta dal Papa, non può essere ridotta a un’attività tra le molteplici che la Chiesa svolge. Essa appartiene alla sua identità più profonda. La Chiesa esiste per annunciare il Vangelo, per rendere visibile l’amore misericordioso di Dio e per accompagnare ogni persona verso l’incontro con Cristo. Ogni battezzato, pertanto, è coinvolto nella missione: non soltanto i sacerdoti, i religiosi, le religiose o i missionari che operano in terre lontane, ma anche le famiglie, i giovani, gli anziani e le comunità cristiane nel loro insieme.

Il centenario della Giornata Missionaria Mondiale richiama inoltre la lunga storia di solidarietà e di cooperazione tra le Chiese. Nel corso di un secolo, questa giornata ha contribuito a far crescere la consapevolezza che l’unica Chiesa universale vive nella pluralità dei popoli, delle culture e delle tradizioni. La missione non procede in una sola direzione: non esistono Chiese che donano e altre che ricevono in modo passivo. Ogni comunità, anche la più povera, possiede ricchezze spirituali, testimonianze di fede e forme originali di servizio da offrire all’intero corpo ecclesiale.

In questa prospettiva, il Messaggio del Santo Padre sollecita a superare ogni mentalità autoreferenziale. La Chiesa missionaria è una Chiesa aperta, capace di uscire dai propri confini e di incontrare le periferie geografiche ed esistenziali. Il Vangelo non può essere custodito come un possesso privato, né annunciato attraverso atteggiamenti di superiorità. Esso deve essere proposto con umiltà, rispetto e pazienza, riconoscendo i semi di verità e di bene presenti in ogni cultura e in ogni persona.

Particolarmente significativo appare il richiamo alla testimonianza. In un mondo segnato da conflitti, disuguaglianze, migrazioni, solitudini e profonde trasformazioni sociali, l’annuncio cristiano acquista credibilità quando è accompagnato da gesti concreti di fraternità. La missione passa attraverso l’ascolto, la cura dei feriti, la difesa della dignità umana, l’educazione, l’attenzione ai poveri e la custodia del creato. Non è possibile parlare dell’amore di Dio ignorando le sofferenze degli uomini e delle donne del nostro tempo.

La missione, tuttavia, prosegue il Papa, non si fonda anzitutto sulle capacità umane, sui programmi pastorali o sulle risorse economiche. La sua sorgente è lo Spirito Santo, che precede l’azione della Chiesa e apre le strade dell’evangelizzazione. Per questo il Messaggio invita a coniugare l’impegno con la preghiera. Una Chiesa che prega riconosce di non essere padrona della missione, ma semplice strumento nelle mani di Dio. La preghiera rende il cuore disponibile, purifica le intenzioni e sostiene coloro che, in situazioni spesso difficili, annunciano il Vangelo fino al dono della propria vita.

Un’attenzione particolare, ribadisce Leone XIV,  merita il ruolo dei giovani. Essi non devono essere considerati soltanto destinatari dell’evangelizzazione, ma protagonisti della missione. La loro creatività, la capacità di comunicare, la sensibilità verso la giustizia e la pace possono diventare una risorsa preziosa per la Chiesa. È necessario, però, offrire loro formazione, accompagnamento e spazi reali di responsabilità. Una comunità che ascolta i giovani e si fida di loro manifesta concretamente la propria speranza nel futuro.

Infine, la 100ª Giornata Missionaria Mondiale, interpella anche ciascun credente sul significato della solidarietà. Il sostegno alle opere missionarie non è un semplice contributo filantropico, ma un’espressione della comunione ecclesiale. Attraverso la preghiera, l’offerta e la disponibilità personale, ogni cristiano può partecipare alla missione universale. Anche il dono più umile, quando nasce dalla fede e dalla carità, contribuisce alla diffusione del Vangelo e alla costruzione di una società più fraterna.

Il Messaggio di Leone XIV, dunque, è un invito a rinnovare lo slancio missionario della Chiesa. La celebrazione del centenario non deve limitarsi alla commemorazione del passato, ma trasformarsi in una ripartenza. Il mondo attende testimoni credibili, comunità accoglienti e cristiani capaci di vivere la fede con gioia, coerenza e coraggio.

In conclusione, leggendo globalmente il Messaggio del Papa, la Giornata Missionaria Mondiale del 18 ottobre 2026 ricorda che la missione non è un compito riservato a pochi, bensì la forma concreta della vita cristiana. Annunciare Cristo significa lasciarsi trasformare dal suo amore e diventare segni di speranza per ogni persona. Il centenario rappresenta perciò una grazia e una responsabilità: gratitudine per il cammino percorso, fedeltà al mandato ricevuto e fiducia nell’azione dello Spirito, che continua a guidare la Chiesa verso nuovi orizzonti di fraternità e di pace.

NON C’E’ AMORE PIU’ GRANDE

Lettera Pastorale del vescovo di Albenga-Ventimiglia monsignor Antonio Suetta alla Diocesi circa la carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani

In questi giorni ho navigato un po’ su internet leggendo varie lettere pastorali (o riassunti) che alcuni vescovi italiani hanno scritto per le proprie diocesi. Tutte Lettere di profondi contenuti e anche ricche di suggerimenti pastorali, ma la mia attenzione si è soffermata su quella del vescovo di Albenga-Ventimiglia, monsignor Suetta, forse per la sua particolare originalità, che ha invitato la sua diocesi ad evangelizzare i musulmani che vivono su quel territorio diocesano. Mi sembra anche in profonda sintonia con san Francesco, che come ho affermato nell’editoriale, ha incontrato e dialogato con il mondo mussulmano, non perdendo però mai di vista l’importanza dell’ascolto e della stima reciproca e soprattutto la rilevanza dell’ annunciare il Vangelo e l’invito alla conversione.

Evidenziamo alcuni passaggi della Lettera

-Incipit

“Trascurare l’annuncio di Gesù Cristo sarebbe disprezzare la sua croce salvatrice e la sua mediazione universale. In fondo, sarebbe tradire la nostra missione di battezzati”. E subito una domanda:  “Qualcuno potrebbe chiedersi: ‘C’è davvero bisogno di annunciare Gesù? Non possono salvarsi essendo fedeli alla loro religione?’ ”. Certamente, risponde il vescovo, le vie dello Spirito non hanno frontiere, e la Dottrina della Chiesa insegna anche che chi, con una completa ignoranza di Gesù, vive fedele a Dio seguendo la sua coscienza, potrebbe arrivare in qualche modo alla salvezza, ma però con grande difficoltà. In ogni caso, ribadisce il presule, ricordando la Dichiarazione “Dominus Jesus” del 6 agosto 2000, ci si può salvare solo attraverso di Gesù Cristo, perché da quando il Figlio di Dio è venuto ad abitare tra di noi e ha compiuto l’opera della redenzione, è diventato l’unica via al Padre. Ebbene, trascurare l’annuncio di Gesù Cristo è tradire la missione che ogni battezzato ha ricevuto. E, per essere più concreto porta questo esempio. “Quanti musulmani che vivono tra i cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: ‘Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?’ ”. E come scordare l’esclamazione di san Paolo: “Guai a me se non annuncio il Vangelo” (1 Cor 9,16). Tutto ciò è ben riassunto con un immagine: “Se vediamo qualcuno che cerca di uscire da un fiume, ma è trascinato via dalla corrente e noi abbiamo una corda per aiutarlo, sarebbe una negligenza grave non lanciare la corda (…). Quanti musulmani che vivono tra cristiani si rivolgeranno a loro nel giorno del giudizio dicendo: ‘Perché non mi hai lanciato la corda? Perché non mi hai fatto conoscere la verità?’ ”.

 –Le indicazioni del vescovo

Servirà partire con un itinerario formativo specifico per preparare i fedeli all’evangelizzazione dei musulmani presenti sul territorio poichè l’accoglienza e il rispetto per la persona del musulmano non eliminano il dovere di annunciargli Gesù Cristo. Per il vescovo: “amare il prossimo, specialmente lo straniero, significa anche volerlo rendere partecipe della gioia del Vangelo”.

-La conclusione

“Carissimi, sono, dunque, lieto di annunciare che, a partire dall’Anno Pastorale 2026/2027, la nostra Diocesi si impegnerà a rivolgersi in modo speciale, con la carità cristiana e con la testimonianza e la proclamazione del Vangelo di Verità, pure a quei musulmani che abitano nel nostro stesso territorio… Serve però conoscere la fede e la cultura dei musulmani, che incontriamo quotidianamente per esercitare in modo più consapevole il nostro dovere di battezzati”.

“Ciò deve essere accompagnato sempre dalla preghiera, convinti che lo Spirito Santo è l’unico capace di cambiare il cuore e di riempirlo della pace interiore che accompagna la sua presenza”.

COME SIAMO ATTIRATI anche sui social

DALLE CHIACCHERE DA “BAR” O DA “BOCCIOFILA”

La malattia del Papa

Screenshot

Insieme alla vicinanza e alla solidarietà che moltissimi hanno dimostrato a Papa Leone XIV non sono mancati alcuni, non tanti, che hanno saputo trasformare una malattia in oggetto da chiacchere da bar o da bocciofila dimostrando ancora una volta la loro maleducazione e scortesia,  giungendo alla cafonaggine con frasi di questo tipo: “Perché è il Papa si sono mossi subito”, “Il Papa è stato operato subito mentre il cittadino qualunque deve aspettare mesi”…

C’è da sottolineare, anche se questo è un aspetto marginale, che il Papa è anche un Capo di Stato di un Paese estero e quanti capi di Stato seguono la lista d’attesa? Inoltre, alcuni, hanno anche messo in risalto il trattamento a lui riservato in ospedale, il famoso reparto del decimo piano del Policlinico Gemelli a lui riservato. L’essere ricoverato lì, isolato dal resto dell’ospedale è un atto di privacy e tranquillità nei confronti del Papa come pure di sicurezza ma anche di rispetto degli altri malati; vi immaginate le resse che si sarebbero create se fosse ricoverato in un reparto comune?

Detto questo, non neghiamo assolutamente che ogni cittadino italiano avrebbe diritto alla celerità sia a livello diagnostico che terapeutico, ma questa non può essere garantita dal Papa, che ripeto è Capo di Stato di un Paese estero, ma è compito dello Stato Italiano garantire una sanità rapida ed efficiente.

Anche in questo la Chiesa fa la sua parte a livello italiano e globale infatti nel mondo gestisce  5.377 ospedali dei quali 1.700 in Africa. Per quanto riguarda l’Italia ricordiamo il Policlinico Gemelli di Roma, la Fondazione Casa del Sollievo di san Giovanni Rotondo, la Fondazione Poliambulanza di Brescia, Ospedale Sacro Cuore don Calabria di Negrar… e molti altri compreso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma (extra territoriale).

Mentre rinnoviamo i nostri auguri al Papa per una rapida guarigione e lo accompagnamo con la nostra preghiera, il mio invito a tutti è questo: quando discutiamo non lasciamoci trasportare solo dalla “pancia” ma anche dall’intelligenza e dall’approfondimento delle varie tematiche; è un rispetto che riserviamo a noi stessi e agli altri.

DIVENTA “VOLONTARIO” 

PERCHE’?

Il volontariato è un pilastro della società civile e riveste un’importanza cruciale nel panorama societario. Le associazioni di volontariato consentono infatti di integrare le prestazioni tradizionali con un approccio umano e relazionale. La presenza di volontari disinteressati crea un clima di fiducia e apertura, indispensabile per affrontare situazioni di grande vulnerabilità.

Inoltre, le associazioni di volontariato sono spesso in grado di rispondere in modo rapido ed efficace a bisogni specifici, che possono prima sfuggire alle strutture sanitarie pubbliche. Grazie alla loro flessibilità e alla varietà di competenze dei loro membri, queste organizzazioni possono sviluppare programmi innovativi e rispondere a esigenze emergenti. 

UN BREVE CORSO PER COMPRENDERE CHI E’ IL VOLONTARIO

 

IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:

-La vita

-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»

-Un commento sul Giudice Livatino

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Questa Rassegna Stampa è un po’ particolare poiché verranno evidenziati mediante alcuni articoli temi che solitamente non trovano spazio nei massmedia e sul web andando contro-corrente o appartenendo a quella categoria definita “politicamente scorretta”. Inoltre per ogni argomento sarà presente anche un “archivio”  poiché affogati da continue notizie rischiamo di scordare oggi quello che è avvenuto ieri e, così dimenticando la memoria, gli errori si ripetono. Buona lettura!

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Evidenzio la testimonianza di sacerdoti mio caro amico che gestisce molteplici persone fragili immigrate.

Don Giusto Della Valle

Don Giusto Della Valle è un sacerdote, mio caro amico, della diocesi di Como e attualmente è il parroco di San Martino a Rebbio, un quartiere di Como. Oltre che essere parroco ospita circa 50 persone immigrate a cui fornisce vitto e alloggio. Per questo suo grande impegno è conosciuto e apprezzato in tutta la città. 

Una testimonianza

“Nell’estate 2017, in piena emergenza migranti, ho incontrato Don Giusto Della Valle, una persona eccezionale impegnata a togliere le sofferenze. Il dramma delle migrazioni mi ha da sempre angosciato e da tempo desideravo poter fare qualche cosa per loro. Con lui ho cercato un immobile da ristrutturare così da poter ospitare minori stranieri non accompagnati e l’abbiamo individuato a Rebbio (Como), in via Giussani 35. L’immobile apparteneva al “Collegio delle Missioni Africane” noto anche come “Missionari Comboniani” ed il ricavato della vendita serviva loro per sostenere l’ospedale da loro gestito di Mapuordit nel Sud Sudan, danneggiato alla guerra: una bellissima combinazione. Nel corso della progettazione del nuovo immobile la politica italiana sulla migrazione è cambiata e di conseguenza abbiamo riorientato il progetto verso i bisogni della comunità. La Casa oltre che ad essere aperta al quartiere e alla città dovrà essere un luogo d’educazione e integrazione ed potrà offrire un riparo ai minori non accompagnati, alle mamme in difficoltà con figli e ai piccoli di qualsiasi nazionalità, con attenzione particolare alle situazioni di maggiore fragilità. Un piano dell’immobile suddiviso in quattro appartamentini ed è a disposizione di nuclei familiari che vivono momenti di fragilità umana ed economica. Il cantiere di casa “Caracol” è terminato a fine 2019 e l’attività sociale gestita dalla parrocchia di Rebbio e da Symploké (nata dalla Caritas diocesana di Como) è iniziata nel corso della primavera 2020” (Carlo Crocco, Presidente della Fondazione MDM).

Un video

Como, il meraviglioso cuore di don Giusto fa innamorare i musicisti della Scala: concerto strepitoso per la solidarietà

DONA A DON GIUSTO:  IT48K0843010904000000093297

 

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