IL LIBRO DELLA SETTIMANA
J. Morgenthau, L’eterno ritorno della politica di potenza (a cura di L. Zambernardi), Morcelliana 2006, pp. 320, euro 26

Nel volume Morgenthau ripropone i fondamenti del realismo politico e interpreta la storia internazionale come un confronto permanente tra interessi, ambizioni e rapporti di forza. Contro le visioni che affidano alla razionalità, al diritto o alle istituzioni la possibilità di eliminare il conflitto, l’autore sostiene che la politica estera nasce dalla natura conflittuale dell’azione umana e dalla ricerca del potere.
Certamente Morgenthau non celebra la forza, ma invita a distinguere l’analisi degli equilibri internazionali dai giudizi morali. La prudenza diviene così il principio essenziale dell’arte politica: gli Stati devono perseguire i propri interessi valutando conseguenze, limiti e responsabilità. L’opera conserva una notevole attualità, offrendo strumenti critici per comprendere crisi geopolitiche, competizione strategica e fragilità dell’ordine internazionale contemporaneo.
LA NOSTRA BIBLIOTECA

IL FILM DELLA SETTIMANA
SAINT JUDY (2018)

Questo film drammatico del 2018 è ispirato alla vicenda reale dell’avvocata Judy Wood. La protagonista è una professionista determinata, impegnata nella difesa degli immigrati e, in particolare, delle donne perseguitate nei loro Paesi d’origine.
Trasferitasi a Los Angeles, Judy si confronta con un sistema giudiziario complesso, spesso incapace di riconoscere pienamente le forme di violenza subite dalle richiedenti asilo. Il caso di una donna afghana, fuggita dopo essere stata vittima di abusi e minacce, diventa per lei una battaglia decisiva.
Il film quindi non soltanto un’opera biografica, ma anche una riflessione sull’importanza dei diritti umani e sul ruolo dell’avvocatura nella protezione delle persone vulnerabili
I NOSTRI FILM

Vent’anni senza la FALLACI.
Aveva visto prima degli altri i problemi che l’Europa oggi deve affrontare

Nella scorsa settimana sono trascorsi vent’anni dalla morte della grande italiana ORIANA FALLACI una delle figure più rilevanti del giornalismo e della letteratura italiana del Novecento.
Nata a Firenze il 29 giugno 1929, il padre partecipò alla Resistenza contro il fascismo, esperienza che influenzò profondamente la formazione della figlia. Fin dall’adolescenza Oriana manifestò un carattere indipendente, coraggioso e insofferente nei confronti di ogni forma di autorità imposta.
Terminato il secondo conflitto mondiale, iniziò a dedicarsi al giornalismo, e riuscì a imporsi grazie a una scrittura energica, a una notevole capacità investigativa e a una straordinaria determinazione.
La sua carriera giornalistica che si sviluppò inizialmente in Italia e raggiunse presto una dimensione internazionale collaborando con importanti testate e viaggiò in numerosi Paesi, seguendo guerre, rivoluzioni e crisi politiche. Ma, non si limitò a descrivere gli eventi, cercò invece di comprenderne le cause e di interrogare direttamente i protagonisti.
Il suo stile era diretto, spesso provocatorio e privo di soggezione. Fallaci poneva domande incalzanti, contestava le risposte evasive e non esitava a manifestare il proprio dissenso. Per questa ragione le sue interviste non erano semplici conversazioni informative, bensì autentici confronti, nei quali il potere veniva sottoposto a un esame serrato. Il giornalismo di Fallaci si fondava sull’idea che il reporter dovesse mantenere una posizione autonoma, anche a costo di suscitare polemiche.
Negli ultimi anni della sua vita, il pensiero di Fallaci divenne sempre più concentrato sui temi dell’immigrazione, dell’identità occidentale e del rapporto tra Europa e mondo islamico. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 pubblicò “La rabbia e l’orgoglio”, “La forza della ragione e *Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse”. In queste opere espresse posizioni fortemente critiche nei confronti dell’islam politico e delle società europee, accusate di non difendere adeguatamente i propri valori culturali.
Tali scritti provocarono reazioni contrastanti. Alcuni la consideravano una coraggiosa interprete delle paure e delle trasformazioni dell’Occidente; altri la accusarono di generalizzazioni, intolleranza e di una rappresentazione eccessivamente conflittuale dell’islam. Ma Fallaci non cercò mai il consenso unanime: preferì sostenere le proprie convinzioni con radicalità, anche quando ciò comportava isolamento o condanna pubblica.
Morì a Firenze il 15 settembre 2006.
Fallaci rappresentò l’immagine di un’intellettuale che concepiva la parola come strumento di libertà e di combattimento civile. Il suo percorso testimonia l’importanza dell’indipendenza di giudizio.
La sua combinazione di talento, coraggio e controversia rende Fallaci ancora una presenza attuale e significativa nella cultura italiana contemporanea.

IL TERMINE VITA

UNA DOMANDA RICORRENTE
TRA “SUICIDIO ASSISTITO” e “EUTANASIA” ESISTONO DIFFERENZE?
NO, poiché il suicidio assistito e l’eutanasia sono pratiche accomunate da uno stesso obiettivo: porre termine all’esistenza di una persona. Tuttavia, non sono sinonimi, e la differenza principale riguarda chi compie l’atto finale che determina la morte. Neppure a livello morale e etico esistono differenze.
Suicidio assistito e eutanasia a livello operativo
Suicidio assistito
Nel suicidio assistito la persona decide di porre fine alla propria vita, mentre un’altra persona, un operatore sanitario, fornisce i mezzi necessari ma non li somministra direttamente. Quindi l’atto conclusivo è compiuto dal paziente.
Eutanasia
Nell’eutanasia è l’operatore sanitario a compiere direttamente l’atto che provoca la morte ad esempio iniettando un farmaco o una combinazione di sostanze letali.
Suicidio assistito e eutanasia in rapporto agli operatori sanitari
Il dovere di ogni operatore sanitario è sempre di curare il malato; la morte non è contemplata in nessun mansionario. Sul portale dell’Hotel Dieu, il più antico ospedale di Parigi si legge: “Se sei malato vieni e ti guarirò, se non potrò guarirti ti curerò, se non potrò curarti ti consolerò”.
Suicidio assistito e eutanasia a livello giuridico
Le legislazioni variano notevolmente da uno Stato all’altro. In alcuni Paesi l’eutanasia e il suicidio assistito sono consentiti senza condizioni precise (es. Belgio, Olanda, Canada), in altri restano vietate o penalmente perseguite.
Suicidio assistito e eutanasia a livello etico
In entrambi i casi, come già affermato, si provoca la morte, cioè l’uccisione di una persona. Ciò è in contrasto e contrario al rispetto della tutela della sacralità e della dignità umana. Ciò non tutela i soggetti fragili e vulnerabili (dagli anziani a portatori di handicap). Ciò è abbandono del malato che si manifesta anche con forme di pressione.
Ebbene, suicidio assistito ed eutanasia, pur differenziandosi a livello metodologico assumono a livello etico e morale la stessa gravità e quindi sono entrambi inaccettabili!
UNA DOMANDA CHE SPIEGA MOLTO
ACCANIMENTO TERAPEUTICO, SEDAZIONE PROFONDA, CURE PALLIATIVE
Questa domanda che ho ricevuto mi ha fatto comprendere, ancora una volta, la necessità di fronte ad argomenti etici molto delicati e particolari di informare con precisione, scientificità e onestà intellettuale poiché solo così ogni persona potrà decidere liberamente e responsabilmente.
MI SCRIVE MASSIMO.
Lei essendo un sacerdote fa parte di quella “congrega”, cioè la Chiesa, non rispettosa delle persone perché ripudia il suicidio assistito e l’eutanasia ma sostiene l’accanimento terapeutico, nega l’uso degli analgesici e della sedazione profonda e racconta delle belle favole sulle cure palliative. Massimo
LA MIA RISPOSTA.
Massimo andiamo con ordine ed esaminiamo le tre situazioni da lei accennate.
ACCANIMENTO TERAPEUTICO

Con l’espressione “accanimento terapeutico” si indica generalmente l’insieme di interventi medici che, in presenza di una malattia grave e irreversibile, non producono un ragionevole miglioramento delle condizioni del paziente, ma ne prolungano soltanto l’agonia o la sofferenza. Non si tratta, dunque, di terapie intensiva o di ogni trattamento tecnicamente complesso. Di conseguenza, la valutazione di ogni singolo caso, deve considerare la proporzionalità delle cure, le probabilità di successo, gli effetti collaterali, i costi umani e la concreta utilità per il malato.
La Chiesa cattolica afferma il valore fondamentale della vita umana, considerata un dono che merita rispetto dal concepimento fino alla morte naturale. Da questo principio deriva il rifiuto del suicidio assistito e dell’eutanasia, ma ciò non implica l’obbligo di utilizzare sempre ogni mezzo terapeutico disponibile. Per questo fa una distinzione tra “mezzi ordinari” o proporzionati e “mezzi straordinari”. I primi sono dovuti perché offrono una ragionevole speranza di beneficio e non impongono oneri eccessivi al paziente. I secondi, invece, possono essere rifiutati quando risultano troppo gravosi, rischiosi o incapaci di garantire un vantaggio concreto. Però, la rinuncia a un trattamento sproporzionato, non equivale a voler causare la morte: significa accettare il limite della medicina e lasciare che la malattia segua il proprio corso naturale.
Tutto ciò è chiaramente affermato in diversi documenti della Dottrina Cattolica tra cui la “Dichiarazione sull’eutanasia” della Congregazione per la Dottrina della Fede (1980) e il “Catechismo della Chiesa Cattolica” (cfr. nn. 2276-2278).
Ebbene, caro Massimo, la posizione della Chiesa cattolica sull’accanimento terapeutico cerca di evitare due estremi opposti: da una parte l’abbandono del malato e la banalizzazione della vita, dall’altra l’uso indiscriminato della tecnologia per prolungare artificialmente l’esistenza. La vita deve essere sempre difesa ma la rinuncia a cure sproporzionate, quando non mira a provocare la morte, è una scelta eticamente responsabile.
OPPIACEI e SEDAZIONE PROFONDA

Gli oppiacei, come la morfina e altri analgesici, sono strumenti fondamentali della medicina contemporanea per il controllo del dolore, della dispnea e di alcuni sintomi particolarmente gravi. Il loro utilizzo, secondo la dottrina cattolica, è moralmente lecito quando rispondono a una reale necessità clinica, vengono somministrati in proporzione alle condizioni del paziente e mirano direttamente al sollievo della sofferenza. Non è quindi contrario alla dottrina cattolica ricorrere a farmaci potenti, anche quando possano comportare effetti collaterali rilevanti, come sonnolenza, riduzione della vigilanza o, in alcuni casi, un possibile accorciamento indiretto della vita.
Il criterio decisivo è rappresentato dall’intenzione e dalla proporzionalità dell’intervento. Se l’obiettivo è alleviare il dolore e non causare la morte, l’atto è moralmente accettabile anche qualora il decesso sopraggiunga come effetto non voluto e non direttamente perseguito.
La Chiesa rifiuta invece l’uso degli oppiacei o di altri farmaci con finalità eutanasica, cioè quando la somministrazione è intenzionalmente diretta a provocare la morte del paziente.
Un discorso analogo riguarda la sedazione palliativa, compresa la sedazione profonda continua. Essa consiste nella riduzione farmacologica, proporzionata e controllata, dello stato di coscienza di un paziente, allo scopo di alleviare sintomi refrattari, ossia non adeguatamente controllabili con altri trattamenti. Per la Dottrina cattolica essa è moralmente lecita quando sussistono condizioni rigorose: la presenza di una sofferenza grave e non altrimenti controllabile, una valutazione clinica competente, il consenso del paziente o dei suoi rappresentanti, la proporzionalità dei farmaci e l’assenza dell’intenzione di provocare la morte. Per questo la sedazione profonda non deve essere confusa con l’eutanasia. Nella sedazione palliativa, la perdita di coscienza è il mezzo attraverso cui si riduce una sofferenza insostenibile; nella pratica eutanasica, invece, la morte costituisce l’obiettivo direttamente perseguito.
Un ulteriore elemento riguarda l’alimentazione e l’idratazione artificiali. La Dottrina cattolica non considera sempre obbligatorio mantenerle, soprattutto quando non apportano un beneficio reale, risultano eccessivamente gravose o non sono più efficaci per l’organismo morente. La loro eventuale sospensione non equivale necessariamente a un atto eutanasico, purché la morte non sia voluta come fine o mezzo, ma riconosciuta come conseguenza della malattia e del naturale processo terminale. Anche in questi casi, devono essere garantite le cure di base e l’attenzione al comfort del paziente.
Ebbene, caro Massimo, la posizione cattolica sugli oppiacei e sulla sedazione profonda si fonda su un equilibrio tra il dovere di curare e il rispetto dei limiti della medicina. La Chiesa sostiene il controllo adeguato del dolore, promuove le cure palliative e ammette la sedazione profonda in situazioni cliniche eccezionali, purché l’intento sia alleviare la sofferenza e non provocare la morte. La distinzione tra intenzione, proporzionalità e mezzi impiegati costituisce dunque il nucleo della riflessione cattolica, orientata a difendere sia la dignità del malato sia il valore della vita umana fino al suo termine naturale.
CURE PALLIATIVE E ACCOMPAGNAMENTO

Un elemento essenziale della prospettiva cattolica è la valorizzazione delle cure palliative. Esse non mirano ad accelerare la morte, bensì ad alleviare il dolore e gli altri sintomi, sostenendo contemporaneamente il malato sul piano psicologico, relazionale e spirituale. In questo contesto, la persona non viene considerata soltanto come un organismo da mantenere in funzione, ma come un essere dotato di dignità, libertà e bisogni complessi.
L’accompagnamento del morente comprende inoltre la presenza della famiglia, il sostegno degli operatori sanitari e, per chi lo desidera, l’assistenza religiosa. La Chiesa invita a non abbandonare il malato, soprattutto quando non è più possibile guarire. La fine della terapia curativa non deve coincidere con la fine della cura: quando non si può più guarire, si può ancora assistere, confortare e prendersi cura.
Approfondisci le cure palliative.
Ebbene, caro Massimo, in questa prospettiva, il compito della medicina e della comunità cristiana consiste nel garantire al morente rispetto, sollievo, verità e vicinanza. La dignità della persona non dipende dall’efficienza del suo organismo né dalla possibilità di guarigione. Anche nell’ultima fase dell’esistenza, il malato rimane un soggetto da ascoltare, accompagnare e amare.
APPROFONDIMENTO DEL “FINE VITA” DA VARIE ANGOLATURE
DIVENTA “VOLONTARIO”
PERCHE’?

Il volontariato è un pilastro della società civile e riveste un’importanza cruciale nel panorama societario. Le associazioni di volontariato consentono infatti di integrare le prestazioni tradizionali con un approccio umano e relazionale. La presenza di volontari disinteressati crea un clima di fiducia e apertura, indispensabile per affrontare situazioni di grande vulnerabilità.
Inoltre, le associazioni di volontariato sono spesso in grado di rispondere in modo rapido ed efficace a bisogni specifici, che possono prima sfuggire alle strutture sanitarie pubbliche. Grazie alla loro flessibilità e alla varietà di competenze dei loro membri, queste organizzazioni possono sviluppare programmi innovativi e rispondere a esigenze emergenti.

ATTUALITA’ – IL PARERE DEL GENERALE FRANCESCO COSIMATO

Il generale Francesco Cosimato, mio carissimo amico, ci offre ogni settimana una riflessione su una tematica di attualità.
Generale Cosimato: «Mladić criminale, ma in buona compagnia»
Francesco Cosimato. Nato a Roma il 12 novembre 1959, ha frequentato il 162° Corso Allievi Ufficiali presso l’Accademia Militare di Modena. È paracadutista militare, direttore di lancio e ispettore per attività di controllo degli armamenti. Ha ricoperto numerosi incarichi di comando e staff, tra cui missioni in Somalia (1993), Bosnia (1998 e 2006) e Kosovo (2000). Ha comandato unità come il I Gruppo del 33° Reggimento artiglieria terrestre Acqui e il 21° Reggimento Artiglieria Trieste. E ha operato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito e presso la NATO.
IL “PROTETTORE” DEL BLOG

Il Protettore di questo blog è il BEATO GIUDICE ROSARIO LIVATINO assassinato dalla mafia il 21 settembre 1990 che è stato non solo un “uomo pensante” ma anche un magistrato modello e una persona di grande e autentica fede: «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili». Quindi. come affermò san Giovanni Paolo II un “martire della giustizia e indirettamente della fede”. Pur partecipando alla Messa ogni giorno, forse nessuno ha notato la sua azione religiosa ma l’effetto di quell’azione, cioè la testimonianza. Dunque una fede non da mostrare nelle forme ma da rendere leggibile nella testimonianza. E, ogni suo documento, al termine, era siglato con STD (SUB TUTELA DEI). Il mio auspicio è che anche i molti visitatori di questo blog, seguendo il suo esempio, si pongano “sub tutela Dei” e testimoni, anche con le argomentazioni da uomini pensanti, di principi e di valori fondamentali alla nostra società e alle future generazioni. GRAZIE.
Per conoscere il beato Livatino:
-La vita
-«L’uomo che ho ucciso, Livatino, – ha affermato: oggi mi aiuta a coltivare la speranza»
-Un commento sul Giudice Livatino
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