“I volontari non sono dei ‘tappabuchi’ nella rete sociale, ma persone che veramente contribuiscono a delineare il volto umano e cristiano della società” (Benedetto XVI).
Nel mese di marzo, approfondiremo in occasione del “Giubileo del Mondo del Volontariato” questo argomento. Il tema sarà diviso in due parti: la storia del volontariato in Italia e il suo inserimento nel contesto societario, oltre che le caratteristiche del volontario.
Storia
Il Volontariato in Italia si è ispirato all’ origine a tre matrici storiche.
Una a “tradizione cattolica” che aveva come punto di riferimento il messaggio cristiano e le strutture ecclesiali; un’altra a “matrice laica” (operaia e socialista) che prese avvio dalle associazioni di mutualità all’inizio del ‘900 del XX° secolo ed una terza di “ ispirazione liberale” con alle spalle il concetto social-liberale della società.
Dal termine della seconda guerra mondiale ad oggi, l’Italia ha vissuto, alternativamente, periodi di sviluppo economico e di recessione, ma, nonostante alcuni momenti critici, un discreto benessere ha raggiunto la maggioranza della popolazione.
In questo arco di tempo, il Volontariato, seguendo le tradizioni sopra accennate e rispondendo ad un esplicito invito della Costituzione che riconosce la libertà di associazione (cfr.: Costituzione Italiana, articolo 18) oltre che richiedere di rispondere agli obblighi inderogabili di solidarietà (cfr.: Costituzione Italiana, articolo 2) mediante l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale (Cfr.: Costituzione Italiana, articolo 3), ha svolto un servizio alle fasce più deboli della popolazione con due atteggiamenti in antitesi tra di loro.
Di “tipo assistenziale-riparatore” basato sulla beneficenza.
Dall’ immediato dopo guerra fino ad oggi si è assistito ad un mediocre ed improvvisato impegno dello Stato soprattutto negli interventi sociali (politiche del lavoro e della famiglia, assistenza sociale, attenzione ai nuovi bisognosi…). Dapprima, perché impegnato nella ricostruzione post-guerra, e dagli anni ’80 del XX° secolo preoccupato dall’incremento insostenibile delle spese di welfare. Spese deliberate dall’utopia che lo Stato avrebbe potuto risolvere, mediante un sistema distributivo universalistico pubblico, qualsiasi necessità. Con poca preparazione di base, i volontari, puntando unicamente sulla loro generosità hanno supplito, prevalentemente dagli anni ’45 agli ’80, le carenze dello Stato che, spesso, con una visione fortemente statalista, burocratica e tecnocratica, non solo li ha ignorati ma ha tentato subdolamente di arruolare questa forza tra i soggetti pubblici. Quello Stato che si era scordato di attribuirsi in base ai principi di sussidiarietà e di autonomia, unicamente i compiti costitutivi la sua stessa natura, lasciando ad altri enti e a determinate categorie di persone che meglio conoscono le reali esigenze del territorio, degli individui e delle famiglie, la gestione degli aspetti educativi, sociali e socio-assistenziali. Ricorda, a questo proposito, F. Garelli: “Spetta indubbiamente allo Stato e alle strutture pubbliche il compito di garantire condizioni sufficienti di benessere sociale. (…) Ma questa convinzione si accompagna alla coscienza dei limiti connessi a un intervento che, per sua natura, non può che essere istituzionalizzato e burocratizzato (…). Per vari aspetti l’azione del volontariato permette di superare le rigidità e i condizionamenti insiti nell’intervento pubblico. Da un lato, infatti, le realtà del volontariato risultano informate da quella immediatezza e flessibilità di intervento che pare per molti versi preclusa alle strutture pubbliche. E’ in relazione a questi caratteri che il volontariato può svolgere una funzione di sperimentazione e di avanguardia nella ricerca di soluzioni più adeguate ai problemi e alle emergenze che si producono nella società contemporanea” (Il volontariato in Italia. Una forza o una debolezza? In “Il Mulino” 2012/4, pg. 744)
Sulla spinta dei documenti del Concilio Vaticano II, di vari gruppi di matrice cattolica, tra cui Caritas Italiana, e di raggruppamenti laici indotti anche dalle vicende del ’68, si è avviato nel Volontariato un cambiamento di prospettiva e di servizio culminato nel decennio 80’-90’ del ventesimo secolo. Da allora, di fronte ai sostanziali cambiamenti societari, all’inserimento di nuovi soggetti, denominati di “Terzo Settore”, che offrivano interventi maggiormente professionali, continuativi, prolungati nel tempo e spazianti a largo raggio che rischiavano di trasformare il Volontariato in un fenomeno residuale, questo intraprese una seria riflessione sul suo essere, passando dalla prospettiva riparatoria a quella liberatoria centrata sulla prevenzione e sulla partecipazione con l’acquisizione di una precisa configurazione nella società. Una frase di monsignor H. Camara ben riassume la nuova visione: “I nostri gesti di assistenza rendono gli uomini ancora più assistiti, a meno che non sono accompagnati da atti destinati a strappare le radici della povertà” (D. Lapierre, La città della gioia, Mondadori, pg. 60).
Il Volontariato di “tipo liberatorio”.
Intese raggiungere questi obiettivi: estirpare le radici del disagio, o meglio, ricercare le cause di queste situazioni per passare da un’ azione basata sulla carità ad una fondata sulla giustizia.
E’ opportuno, per comprendere appieno la spinta e il significato di questo storico cambiamento, soffermarci ad esaminare alcuni aspetti caratterizzanti l’ultimo decennio del ventesimo secolo quando si è svolto il cambiamento.
Da una parte, abbiamo assistito alla crisi dello stato sociale o welfare state. Lo Stato, di fronte al lievitare continuo delle attese e delle esigenze dei cittadini, non fu più in grado di mantenere quei livelli di garanzia sociale che stavano alla base del contratto stipulato dalle classi dirigenti degli anni sessanta e settanta; di conseguenza, intraprese, un progressivo smantellamento, che prosegue anche oggi, dello stesso stato sociale. Dall’altra, ci si è trovati di fronte ad alcune emergenze in continua crescita: l’aumento della vita media della popolazione con il conseguente incremento degli anziani, il notevole calo demografico, la crisi del mondo del lavoro, l’immigrazione… Perciò, molto Volontariato, di fronte a questa evoluzione, si è trasformato in “soggetto attivo” ponendosi in confronto con le Istituzioni e divenendo il garante della corretta applicazione dei diritti, oltre che per individuare i bisogni e ricercare insieme le ipotesi di soluzione. S. Rocchi così descrisse la partecipazione intrapresa. “Le funzioni del volontariato, in cui più concretamente si esprimono i ruoli socio-politici dello stesso, possono essere più chiaramente definite di: ‘anticipazione’ per rispondere a nuovi bisogni o a bisogni vecchi che nuovamente riemergono; di ‘integrazione’ alle attività dei servizi pubblici nell’ ottica di un lavoro di rete sul territorio; di ‘stimolo’ alle istituzioni pubbliche e private perché assumano, come propri, bisogni che richiedono risposte di loro competenza; di ‘azione politica’ più specifica per promuovere e sostenere l’elaborazione e l’attuazione di leggi volte a realizzare una politica e un disegno di società più giusta e solidale”(Il volontariato tra tradizione e innovazione, NIS, pp. 49-50)
Dagli anni 90’ del XX secolo, inoltre, grandi organizzazioni culturali ed operative si pongono a servizio del Volontariato e nascono nuove associazioni che prestano attenzione ai bisogni più emergenti. Si pensi al passaggio dalla cura degli ammalati in ospedale alla loro assistenza a domicilio, all’attenzione ai cronici non autosufficienti, ai malati psichici e oncologici, alle associazioni a tutela delle vittime di reati e di ingiustizie, a quelle per l’assistenza delle vittime di eventi particolari. Troviamo inoltre gruppi di auto-aiuto, cioè categorie di bisognosi (persone con problematiche dalla droga all’alcool, dalla sieropositività ai giochi d’azzardo…) o di familiari di malati che vivendo un dramma comune avvertirono l’esigenza di unirsi per superare insieme situazioni di emarginazione sociale. Sorgono pure dei progetti di solidarietà con caratteristiche particolari: la Banca Etica, la Banca del Tempo, le aziende che offrirono del tempo retribuito ai propri dipendenti per consentire loro di operare in strutture “no profit”… E’ questa una nuova forma di Volontariato, non più basata unicamente sulla solidarietà asimmetrica tra volontario e bisognoso d’aiuto ma anche sulla reciprocità e sulla condivisione di uno stesso problema. Anche le risorse umane disponibili per il Volontariato hanno cambiato, e cambiano continuamente tipologia: si pensi ai pensionati in giovane età che avvertono il desiderio di donare al prossimo parte del loro tempo o delle proprie competenze. Il coinvolgimento intelligente di queste forze, oltre che essere positivo per la persona del volontario che si sentirebbe ancora pienamente inserito nel contesto sociale, potrebbe risolvere anche quei problemi che fino ad oggi spaventano e lasciano perplessi.
Il panorama
Definire numericamente quanti italiani svolgono attività di Volontariato è complesso poichè molte associazioni non sono iscritte agli Albi Regionali. Unendo vari indicatori ci troviamo di fronte a questa situazione.
ASSOCIAZIONI
–Consistenza: circa 10.600 associazioni con un’ anzianità media di ventuno anni.
–Dislocazione: oltre la metà delle organizzazioni opera nelle regioni settentrionali e centrali, mentre nel Sud è presente il 29% dei gruppi.
–Area d’intervento: le prestazioni, in maggioranza, sono rivolte alle persone in condizione di sofferenza fisica, ai disabili e ai non autosufficienti, ai poveri ed emarginati, ai deviati, agli anziani soli, alle famiglie in difficoltà… Riguardano: l’ascolto, l’animazione e l’intrattenimento, il sostegno educativo, l’assistenza sociale, l’accompagnamento e l’assistenza morale e religiosa. Oltre un terzo di queste associazioni sono impegnate nel servizio ai malati (3.951 cioè il 37%). Troviamo, inoltre, associazioni che rivolgono la loro opera alla tutela dell’ambiente, dei beni culturali e alla cooperazione internazionale.
VOLONTARI
–Consistenza: almeno 11milioni così suddivisi: 6.000.000 al nord, 2.800.000 al Centro, 1.200.000 al Sud e 972.698 nelle Isole.
–Suddivisione per sesso: uomini 40 %, donne 60%.
–Percentuali per età: 3,1% fino ai 18 anni; 27,3% dai 19 ai 29 anni; 31, 5 % dai 30 ai 45 anni; 29,6 % dai 46 ai 65 anni e 8,5% dopo i 65 anni.
–Settori di provenienza: occupati (45%), ritirati dal lavoro (18,7%), studenti (14,3%), casalinghe (13,5%), disoccupati (8,5).
–Incidenza per titolo di studio: licenza elementare o nessun titolo (6,2%), licenza media (22,8%), diplomati (31,8%), laureati (39%).
Normativa
Partendo dal presupposto che non è possibile circoscrivere il Volontariato unicamente a quanto descritto dalle leggi poichè nel suo svolgimento sono presenti diversi fattori, come ogni altro soggetto del “no profit”, è regolato da una legge nazionale, la n. 266 del 1991, e da altre a livello regionale.
Esaminiamo la legge 266/1991.
Nel suo primo articolo “Finalità ed oggetto della legge”, afferma: “La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo salvaguardandone l’autonomia e ne favorisce l’apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile, culturale…”. In questo articolo notiamo che lo Stato italiano nel 1992, per la prima volta, riconosce il valore sociale dell’impegno rivolto alle persone in difficoltà come concretizzazione del valore della solidarietà, valorizzando quello spazio, preciso e determinato, come accennato in precedenza, che si riserva a questi Enti già nella Costituzione italiana. Ebbene, la Repubblica Italiana, riconosce come suo fine primario la realizzazione della persona mediante il principio di solidarietà, si impegna a trovare i mezzi più opportuni affinchè questo si concretizzi ed identifica nelle associazioni di Volontariato un polo significativo per il raggiungimento di questo scopo.
Nel seguito vengono sottolineate le caratteristiche dell’azione del volontario che deve attuarsi in “modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro, anche indiretto, ed esclusivamente per fini di solidarietà” (art. 2).
Si elencano le peculiarità delle organizzazioni di Volontariato (cfr. art. 3) per essere riconosciute dall’autorità pubblica. Tra queste si richiede: il servizio gratuito dei propri aderenti, l’assenza di fini di lucro dell’associazione, la democraticità della struttura, la sua elettività e la gratuità delle cariche associative. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, il comma 4 dell’art. 3 prevede per le associazioni più complesse la loro presenza “esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento”.
Si sottolinea l’obbligo della assicurazione per gli aderenti (cfr. art. 4) con la finalità di tutelare sia i volontari che l’ associazione.
Altri argomenti sono: le risorse economiche per il funzionamento dell’associazione e lo svolgimento dell’attività (cfr. art. 5), l’iscrizione nei Registri Regionali delle organizzazioni di volontariato (cfr. art. 6), le formalità per ottenere le convenzioni (cfr. art. 7) e le agevolazioni fiscali di cui possono usufruire le associazioni (cfr. art. 8). Essendo il fenomeno del Volontariato variegato si permette alle singole realtà del decentramento una maggior concretizzazione della norma nazionale mediante leggi proprie (cfr. art. 10).
Da ultimo si tratta dell’Osservatorio Nazionale per il Volontariato (cfr. art. 12) e dei fondi speciali previsti presso le regioni (cfr. art. 15).
Don Gian Maria Comolli (Socio Fondatore e Direttore della Prima Università del Volontariato nel 1993)