LAVORARE IN SANITA’ non solo è una professione ma anche UNA VOCAZIONE

By 5 Aprile 2025Attualità

In questo fine settimana si celebra a Roma il Giubileo degli Ammalati e del Mondo della Sanità, quindi voglio dedicare questo editoriale agli operatori sanitari e prenderò come riferimento San Giovanni Paolo II che ci ha lasciati 20 anni fa. Il santo pontefice ha sempre mostrato grande attenzione alla salute e alla malattia dell’uomo. Quindi, dai suoi numerosissimi discorsi, ho scelto alcuni passaggi che presenterò sotto forma di “decalogo” rispondendo alla domanda: “quali caratteristiche deve possedere un operatore sanitario?”. Pur essendo i suoi discorsi rivolti al mondo cattolico, sono convinto che dei suggerimenti del Papa facciano bene a tutti.

1. L’operatore sanitario deve vivere la sua professione come una “nobile vocazione”.
Affermò il Papa, parlando a Southwark (Inghilterra): “…vorrei dire a voi medici, infermieri ed a tutto il personale ospedaliero: la vostra è una nobile vocazione, perché si ha l’occasione di prendersi cura, aiutare e dare sollievo all’uomo che sta vivendo uno dei momenti più difficili della vita. In nessuna professione o missione serve tanta attenzione per l’altro come in quella sanitaria“(28 maggio 1982).

2. L’operatore sanitario deve porre alla base della sua professione una seria preparazione professionale, etica e morale.
Oltre ad una doverosa preparazione tecnica per sapere “come” e “dove” intervenire, é richiesta anche una conoscenza etico-morale per conoscere ciò che é lecito fare, dato che: “il corpo umano, la carne dell’uomo di cui si stanno esplorando tutti i segreti fisici e biologici é sacra; il divino vi abita“(20 settembre 1993). Questa preparazione é necessaria oggi più che mai essendoci “forme di avanzamento scientifico che non coincidono con l’autentico bene dell’uomo: il progresso scientifico dell’uomo si risolve, in tali casi, in un regresso umano che può preludere anche ad esiti drammatici. Per resistere alla suggestione di simili prospettive é indispensabile disporre di riferimenti antropologici, etici e morali adeguati, alla cui elaborazione molto potrà contribuire la riflessione sui dati della rivelazione cristiana“(7 gennaio 1979).

3. L’operatore sanitario ama la vita ed è a servizio della vita.
Dio creò l’uomo a Sua immagine … maschi e femmine li creò (Gen. 1,27). L’uomo, come essere fornito di intelligenza e di libera volontà, desume il diritto alla vita immediatamente da Dio, di cui é immagine, non dai genitori, né da qualsiasi società o da autorità umana. Dio soltanto può, quindi, disporre di tale suo dono singolare: ‘Io, solo sono Dio e nessun altro é Dio come me. Sono io che faccio morire e resuscito, sono Io che ferisco e risano e non c’é chi si possa liberare dal Mio potere’ (Dt. 32,39). L’uomo, dunque, possiede la vita come un dono, della quale non può però considerarsi padrone; per questo, della vita, tanto propria che altrui, non può sentirsi arbitro: il ‘servizio alla vita’ é stato ed é la ragion d’essere essenziale di questa professione ... “(27 gennaio 1980).
E la vita, oggi soprattutto, é minacciata, in varie fasi, a causa di numerose azioni; si pensi, ad esempio, all’aborto: “Finanziato con il contributo del denaro pubblico, é facilitato dalle leggi umane con un insieme di argomentazioni, di cui, in verità, non é difficile vagliare l’inconsistenza e la capziosità. In realtà l’aborto é una grave sconfitta dell’uomo e della società civile. Con esso si sacrifica la vita di un essere umano a beni di valore inferiore, adducendo motivi spesso ispirati da mancanza di coraggio e di fiducia nella vita e talora dal desiderio di un malinteso benessere”(25 gennaio 1986). Si pensi anche all’Eutanasia: “come già si é verificato per l’aborto, l’accettazione sociale dell’eutanasia é in crescita e la condanna morale resta inascoltata“(25 febbraio 1980), oppure all’affacciarsi di varie scoperte scientifiche: “Si consideri l’implicita pericolosità che il diritto dell’uomo alla vita subisce dalle stesse scoperte nel campo dell’inseminazione artificiale, del controllo delle nascite e della fertilità, della ibernazione, della ‘morte ritardata’, dell’ingegneria genetica, dei farmaci della psiche, dei trapianti d’organo…”(27 ottobre 1980).

4. L’operatore sanitario pone la “carità” alla base della sua professione.
I vostri pazienti hanno bisogno, sì, della vostra scienza, competenza e servizio, ma richiedono altresì molta comprensione e molto amore. Una scienza fredda, che non si immedesimi con colui che soffre e non ne percepisca tutti i riflessi psicologici, come ansie, la sfiducia, la ribellione, la rassegnazione, non li cura perfettamente. Ecco allora l’importanza della carità nell’esercizio della vostra arte: é tanto più facile, tanto più bello, tanto più meritorio quando si assiste il dolore umano per l’amore di Cristo, il grande misterioso Paziente, che soffre in ciascuno di coloro sui quali si curva buona e saggia la vostra professione“(10 ottobre 2000).

5. L’operatore sanitario sa che colui che gli sta di fronte é un “uomo”.
La malattia isola la persona dal “mondo” in cui era abituato a vivere: “il malato é un ‘solo’, un solitario, si sente quasi diviso da un abisso dagli altri che stanno bene, che hanno la loro vita” (13 aprile 2002). La struttura sanitaria, molte volte, rischia anche di trasformare il “qualcuno” in “qualcosa”. ” Il secolarismo, che pretende di affermare e promuovere i valori umani staccandoli dalla religione e proclamandoli autonomi da Dio, sta operando un cambiamento di mentalità e di sensibilità anche nei confronti della malattia. Gli ospedali, le cliniche, le case di cura, diventano talvolta luogo dove gli ammalati sono affidati alla sole risorse della tecnica e della scienza, come uniche armi di guarigione e di salvezza. Così, spesso, il malato viene relegato nell’anonimato e rimane solo con un dramma che i farmaci e gli interventi non riescono a far superare”(24 ottobre 1986). L’obiettivo da raggiungere é: “Cercate di non ridurre il malato ad un oggetto di cura, ma farne compagno in una guerra che é la sua guerra“( 19 ottobre 1999).
A questo punto, voglio concretizza il “decalogo” ricordando alcune “indicazioni pratiche” sul comportamento da assumere.

6. L’operatore sanitario è ricco di umanità.
E’ necessario impegnarsi in una ‘ripersonalizzazione’ della medicina che, portando nuovamente ad una considerazione più unitaria del malato, favorisca l’instaurarsi di un rapporto più umanizzato“(13 novembre 1987). E, per stabilire rapporti più umani, serve innanzitutto una forte “comprensione”: “sapete bene che chi soffre non cerca solo il sollievo al suo dolore o alle sue limitazioni, ma cerca anche il fratello o la sorella capaci di comprendere il suo stato d’animo, che lo aiuti ad accettare se stesso e a sopportare questa vita“(23 ottobre 1996). Dall’atteggiamento di comprensione nasce il dialogo: “il rapporto malato-operatore sanitario, deve tornare a basarsi su di un dialogo fatto di ascolto, di rispetto, di interesse… ciò consentirà al malato di sentirsi capito per quello che veramente é: un individuo che ha delle difficoltà nell’uso del proprio corpo o nell’esplicazione delle proprie facoltà; ma che conserva intatta l’intima essenza della sua umanità, i cui diritti alla verità e al bene, tanto sul piano umano che su quello religioso, attende di veder rispettati“(24 ottobre 1996). Il dialogo inoltre deve aprire alla “speranza”: “Una delle più intense forme di sofferenza, che la persona umana può sperimentare, deriva dalla tentazione di rinunciare alla speranza: speranza in una eventuale o possibile guarigione, speranza nella propria capacità di superare una particolare malattia, speranza di ritornare a una vita normalmente felice e produttiva. La vostra professione offre la promessa di un futuro più luminoso a coloro che conoscono per esperienza personale le molte frustrazioni e i conflitti che nascono dalla sofferenza umana“(1 giugno 2000).

7. L’operatore sanitario crea un “clima sereno nell’ambiente dove lavora.
Fate in modo che nei centri ospedalieri si senta uno spirito di amicizia e di famiglia nonostante le difficoltà continuamente emergenti, la pressione del lavoro e delle esigenze, la stanchezza per certi servizi assillanti e opprimenti“(23 marzo 1995).

8. L’operatore sanitario chiede aiuto a Dio nella “preghiera”.
Sappiamo tuttavia che le forze umane non sono sufficienti da sole a far fronte a compiti tanto alti e impegnativi. E’ necessaria la preghiera, vera medicina del corpo e dello spirito, canale e ponte della nostra speranza. Di fronte a Gesù che sanava, un uomo, che implorava guarigione, chiese al Signore di accrescere la sua fede. Quella sua domanda era una preghiera, e forse da nessun luogo della terra, come dai luoghi destinati ad accogliere persone provate dalla sofferenza, la domanda di fede é sincera e spontanea, essenziale e, insieme, efficace. Preghiera individuale, personale, intima, ma anche preghiera comunitaria, invocazione collettiva, capace di chiamare a raccolta quanti condividono questo servizio alla vita, pur nella diversità della condizione e delle mansioni. Il mio pensiero va, in questo momento, alla Santa Messa che spesso viene celebrata nelle corsie di questo ospedale: in essa, Cristo si fa sacramentalmente presente realizzando una autentica comunione tra i malati e coloro che lavorano accanto ad essi“(4 luglio 1997).

9. L’operatore sanitario ama la sua professione.
“…Amate la vostra professione! Essa é una grande scuola per voi e per la società. Poiché é ancora e sempre l’esempio di generosità e bontà verso i fratelli, che, più di ogni parola, trascina le anime, smuove gli animi anche i più freddi, e offre alla vita della comunità un argomento di fiducia e di stabilità morale” (3 luglio 1986).

10. L’operatore sanitario “cristiano” vive questa qualifica.
In questo modo già san Paolo VI esortava settecento infermieri cattolici a proposito della loro “qualifica” di “cristiani”: “Come cristiani, voi portate nella vostra professione la ricchezza splendida e impegnativa di questo nome, che conferisce a questa professione nuove risorse e responsabilità. Se il malato guarda già a voi con speranza e fiducia, lo farà tanto più perché siete cristiani, cioè consacrati a un titolo particolarissimo al servizio del prossimo, nel quale voi vedete per continuo allenamento il Cristo Gesù: ‘Ero infermo e Mi avete visitato’ (Mt. 25,36); ‘Tutto quanto avete fatto ai più piccoli dei miei fratelli, l’avrete fatto a Me’ (ivi, 40)“(1 luglio 1967). E, san Giovanni Paolo II aggiunge, quasi per completare il discorso:”L’esperienza insegna che l’uomo, bisognoso di assistenza, sia preventiva che terapeutica, svela esigenze che vanno oltre la patologia organica in atto. Dall’operatore sanitario egli non s’attende soltanto una cura adeguata, cura che, del resto, prima o poi finirà fatalmente per rivelarsi insufficiente, ma il sostegno umano di un fratello, che sappia partecipargli una visione della vita, nella quale trovi senso anche il mistero della sofferenza e della morte. E dove potrebbe essere attinta, se non nella fede, tale pacificante risposta agli interrogativi supremi dell’esistenza?” (4 ottobre 1992).

Don Gian Maria Comolli

 

PER APPROFONDIRE LA CONOSCENZA DI SAN GIOVANNI PAOLO II